Focusing e Mindfulness

un rapporto virtuoso

 

Breve saggio sull’importanza del rapporto tra Focusing e Mindfulness ai fini della pratica e dell’insegnamento del Focusing (e della Mindfulness)

 

1. La Mindfulness come pratica di consapevolezza esiste da millenni. Il Focusing nasce e si sviluppa negli anni ’70 in piena autonomia rispetto alla Mindfulness. Entrambe le pratiche/processi di consapevolezza sono nate per essere di dominio pubblico, un bene comune. Oggi la Mindfulness gode di grande attenzione, assai maggiore rispetto al Focusing, e il fatto che tra i due vi sia un rapporto tanto virtuoso mi sembra un vantaggio per tutti – a patto di riconoscerlo.

2. Ecco alcune tesi che di seguito argomenterò:

a) lo stato di presenza mentale o Mindfulness è sempre implicato nel processo di Focusing: è una condizione necessaria affinché il Felt Sense possa manifestarsi e aprirsi;

b) la Mindfulness è sia uno stato mentale, sia un pratica (che assume moltissime forme): lo stato mentale non va confuso con le varie pratiche tese ad ottenere e sviluppare tale stato, così come non bisogna confondere il processo di Focusing con i numerosi e diversi modi di praticarlo e insegnarlo;

c) il cosiddetto ‘primo passo’ di Focusing è una particolare forma o pratica di Mindfulness;

d) la pratica del Focusing implica necessariamente la pratica della Mindfulness (anche se non si conosce affatto la Mindfulness), mentre non è vero il contrario: la pratica della Mindfulness non implica la pratica del Focusing, perché ciò avvenga bisogna saper riconoscere il felt sense e conoscere il processo di Focusing;

e) il Focusing può essere anche correttamente definito come “una speciale pratica di Mindfulness orientata al Felt Sense”.

 
 

3. Nel Piano Strategico relativo alla mission dell’International Focusing Institute, abbiamo una definizione ‘ufficiale’ di Focusing http://www.focusing.org/mission/

“Focusing is a therapeutic and personal growth process developed by University of Chicago philosopher and psychologist, Eugene Gendlin. Focusing is set apart from other methods of inner awareness by a quality of engaged accepting attention, oriented toward accessing one’s “felt senses”—preverbal, bodily-experienced meanings. It involves holding a kind of open, non-judging attention to an internal knowing which is directly experienced but is not yet in words. …”

“Il Focusing è un processo terapeutico e di sviluppo personale elaborato da Eugene Gendlin, filosofo e psicologo presso l’Università di Chicago. Ciò che lo distingue dagli altri metodi di consapevolezza interiore è l’utilizzo di una qualità di attenzione accogliente, che orienti la persona verso i propri “felt sense” – significati preverbali avvertiti a livello somatico. Comporta la capacità di mantenere un certo tipo di attenzione aperta e non giudicante verso una conoscenza interiore sentita direttamente ma non ancora verbalizzata. …”

Un’altra delle varie definizioni di Focusing che Gendlin ci offre la troviamo a pag. 41 del suo libro Il Focusing in Psicoterapia (FP) “Per ‘Focusing’ s’intende: dedicare tempo a qualcosa che si avverte fisicamente ma è indistinto (finché non si ‘mette a fuoco’)”. A pag. 245 abbiamo poi una precisazione (i corsivi e le parentesi sono suoi): “Un atteggiamento di calda accoglienza è indispensabile per elaborare qualunque parte di sé (non perché si dovrebbe vedere tutto in chiave positiva, ma perché altrimenti il felt sense non può aprirsi).”

4. Dunque il felt sense, o qualunque altra parte di sé, si apre solo se si riescono a creare certe condizioni interiori, e il processo stesso della focalizzazione procede nella misura in cui si riescono a mantenere quelle condizioni e a tornarci quando si perdono. Tali condizioni interiori, usando altri termini, possiamo a mio parere correttamente chiamarle ‘stato di presenza mentale’, o Mindfulness, o Presenza.

5. In oltre mezzo secolo di studi ed esperienze, il Focusing ha maturato un suo specifico e ricco bagaglio di conoscenze, le quali pongono al centro dell’attenzione tanto il felt sense, quanto l’atteggiamento o postura o disposizione interiore di Focusing. Tale disposizione interiore è chiamata da autori diversi in modi diversi, per esempio Sè-in-Presenza da Ann W. Cornell e Barbara McGavin; Self-Empathy da Robert Lee; Radicata Consapevole Presenza da David Rome, per citare alcuni nomi famosi e conosciuti in Italia.

6. Quella condizione interiore o stato mentale, nel quale si sperimenta una certa genuina apertura, curiosità, rispetto, amicizia, accoglienza, empatia, fiducia verso ‘qualcosa’ di percepito in noi, si fonda sulla capacità di “prestare attenzione in modo particolare: intenzionalmente, in maniera non giudicante, allo scorrere dell’esperienza nel presente momento dopo momento” (J. Kabat-Zinn, ‘Dovunque tu vada ci sei già. Una guida alla meditazione’ pag. 16), cioè sulla Mindfulness per come oggigiorno viene presentata in occidente, sia negli ambiti che tradizionalmente si ispirano al buddhismo (Thich Naht Hanh, Achan Sumedho, Corrado Pensa, Mario Thanavaro, per citare alcuni tra i nomi più conosciuti in Italia), sia in quelli a vocazione scientifica (mi riferisco soprattutto al lavoro di Kabat-Zinn, specialmente “Vivere momento per momento”, e a quello di Daniel Siegel, mirabilmente esposto in “Mappe per la mente”).

7. Il ‘non-giudizio’ è dunque il fattore essenziale che ritroviamo nelle suddette modalità di rapportarsi al felt sense (o a ‘qualcosa’ che in noi viene direttamente sperimentato). Si potrebbe dire che da solo questo fattore non basti, ma credo sia impossibile sostenere che questo ingrediente dell’intrattenersi con qualcosa senza giudicarlo possa essere considerato opzionale nel processo di Focusing. L’esistenza del fattore ‘non-giudicante’, cuore della Mindfulness e fattore precursore di diversi stati e processi mentali salutari (self-compassion, self-empathy, ecc) come mostrano vari studi clinici, pare necessariamente sempre implicato nel processo di focalizzazione. In sua assenza il processo rimane bloccato. Ovviamente ciò vale non solo per il Focusing, ma anche per altre pratiche di consapevolezza e certamente per la stessa psicoterapia – terreno di nascita del Focusing. Pertanto penso sia corretto presentare il Focusing come una speciale pratica di Mindfulness orientata al felt sense.

8. In particolare il cosiddetto ‘primo passo’ di Focusing si presenta chiaramente come una forma o pratica di Mindfulness. Anche David Rome accosta il ‘primo passo’ alla Mindfulness (vedi https://tricycle.org/magazine/focusing-and-meditating/). Quanto sia prioritario e importante questo ‘passo’ ai fini del processo di Focusing è confermato dal fatto che Gendlin lo pone all’inizio del metodo che ha messo a punto per insegnare il Focusing e che gli dedichi un capitolo intero del manuale.

Non solo. Forse non a caso, al pari di uno degli usi clinici più studiati della Mindfulness, è stata elaborata una versione speciale del primo passo di Focusing (chiamata Clearing a Space – CAS) per la gestione dello stress. In proposito, oltre al classico articolo di Gendlin The first step of focusing provides a superior stress-reduction method segnalo sia il lavoro di Joan Klagsbrun https://www.focusing.org/folio/Vol21No12008/18_FindingSanctuTRIB.pdf e di Joan Klagsbrun e altri https://www.focusing.org/medicine/effect-of-clearing-a-space.pdf dove è riportato per intero il protocollo CAS, in versioni simili ma con finalità applicative diverse, sia la ricerca più completa e aggiornata sulle applicazioni di CAS curata da Doralee Katonah http://www.focusing.org/folio/Vol23No12012/11_Katonah_FocusingResearch.pdf. Tali lavori, assieme a quello non meno importante di Marine de Fréminville sulla ‘Sensazione di fondo’ (background feeling) https://www.focusing.org/folio/Vol21No12008/02_TheImplicitTRIB.pdf, sono tra le basi teoriche dei corsi di Focusing realizzati presso l’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma, il cui sottotitolo è “l’ascolto empatico di sé per imparare a fronteggiare lo stress”.

9. Affermare che lo stato di Mindfulness è sempre implicato nel processo di Focusing, e che viene processualmente prima del felt sense, non significa che le pratiche di Mindfulness siano superiori alle pratiche di Focusing. Ricordiamo che è necessario non far coincidere lo stato mentale Mindfulness con le numerose pratiche o tecniche tese ad ottenere e sviluppare tale forma di consapevolezza, così come non bisogna confondere i diversi modi di praticare e di insegnare il Focusing, a volte in contrasto tra loro, col processo di Focusing.

10. Da questa prospettiva direi che i famosi pazienti studiati tanti anni fa da Gendlin e colleghi, con i quali la terapia aveva successo, non erano tanto quelli capaci di contattare il felt sense, bensì quelli dotati di ‘capacità Mindfulness’, perché era tale innata capacità che li metteva anzitutto in condizione di rapportarsi in un certo modo al loro vissuto. Insomma, oltre che “natural focusers”, come li chiamarono a quel tempo, a me quei pazienti sembrano essere anzitutto soggetti naturalmente più portati di altri alla Mindfulness.

11. Conosco poco la lunga storia di Gendlin, e purtroppo la sua vasta opera è per la grandissima parte non ancora tradotta, ma tutto lascia pensare che egli si concentrò giustamente sul divulgare la vera rivoluzione della sua scoperta, il felt sense, e nel suo insegnamento non si dedicò più di tanto alla cura del fattore chiave, la Presenza, che tuttavia richiama costantemente sotto forma di inviti a coltivare un atteggiamento amichevole, di calda accoglienza, ecc, verso il felt sense o verso il vissuto in generale. Suo grandissimo merito è che lascio deliberatamente questo compito agli insegnanti che vennero dopo di lui e grazie a lui.

D’altro canto bisogna riconoscere che puntare direttamente al felt sense, a volte, è sufficiente per favorire il processo di focalizzazione. Infatti la pratica corretta del Focusing “dedicare tempo a qualcosa che si avverte fisicamente, ma è indistinto, coltivando un atteggiamento di calda accoglienza finché non si mette a fuoco” implica l’inconsapevole attuazione di una pratica di Mindfulness. Robert Lee nota questo fenomemo nel suo splendido articolo sull’auto-empatia https://focusingnow.com/wpcontent/uploads/2016/05/Essential_Role_of_Self_Empathy.pdf quando dice che se per un verso la capacità di self-empathy è determinante per il formarsi del felt sense, è pure vero che puntare direttamente al felt sense rinforza la capacità implicita di Self-Empathy – e quindi, dico io, la capacità implicita di Mindfulness. Questo fatto è evidente a tutti coloro che insegnano il Focusing: ci sono persone che opportunamente guidate mostrano di essere subito in grado di cogliere e di rimanere aperte verso il felt sense (i “natural focusers”).

12. Ann e Barbara hanno sviluppato un approccio al Focusing (che apprezzo moltissimo), nel quale sembrano differenziare il particolare ‘stato dell’essere’, che chiamano Sè-in-Presenza, dallo stato mentale Mindfulness. Della Mindfulness non fanno mai menzione nella loro ricerca; tuttavia, in alcune note, raccomandano esplicitamente la pratica della Mindfulness per coltivare il Sé-in-Presenza, il fattore che considerano primario e fondamentale del processo di focusing (vedi http://www.focusing.org/folio/Vol21No12008/03_InnerRelatTRIB.pdf), avendo tra l’altro sperimentato su di loro i “limiti del Focusing tradizionale” (vedi Treasure Maps to the soul, https://www.focusing.org/folio/Vol21No12008/05_TreasureMapsTRIB.pdf).

Riguardo a questa loro terminologia, a me sembra che lo ‘stato dell’essere’ cui si riferiscono implichi necessariamente lo stato mentale Mindfulness. Anzi, direi che in linea teorica non c’è differenza tra stato mentale e stato dell’essere (‘mente’, ‘essere’, termini dai margini indefinibili), perché le caratteristiche prese come segni dello stato dell’essere ‘Sè-in-Presenza’ e quelle prese come segni dello ‘stato Mindfulness’ sono assai coincidenti o assai differenti a seconda degli autori che studiano il fenomeno (in proposito, oltre all’articolo di Astrid Schillings http://www.focusing.org/fot/stillness.htm segnalo l’intervista a Graziano Graziani https://www.spiweb.it/ricerca/ricerca-empirica/graziani-g-2014-intervista-sulla-Mindfulness-pratica-di-meditazione-e-studi-empirici/, e un’approfondita tesi di dottorato, in italiano, http://paduaresearch.cab.unipd.it/7685/1/Veneziani_Chiara_Annunciata_Tesi.pdf, il cui estratto sulla Mindfulness è stato pubblicato su una rivista scientifica internazionale – vedi pag 61).

13. Nel suo approccio Domain Focusing, Robert Lee usa il concetto di Self-Empathy per descrivere l’atteggiamento interiore su cui si fonda il processo di Focusing. Per me, si sarà capito, Self-in-Presence e Self-empathy sono sinonimi dell’atteggiamento Mindfulness. Di norma anche io uso il concetto di Self-Empathy per presentare il Focusing o i percorsi di Focusing, anche se il concetto di ascolto empatico di sé l’ho appreso decenni fa dal lavoro di Marshall Rosenberg sulla comunicazione nonviolenta. Il testo di Robert su Self-Empathy (vedi pdf sopra segnalato) è teoricamente interessantissimo e offre una miniera di spunti su pratica e insegnamento del Focusing (geniali per esempio i suoi tentativi di suscitare auto-empatia provando ad “odiare empaticamente” qualcosa che si rifiuta assolutamente). Comunque anche lui nei suoi scritti, per quanto ne so, non fa alcun cenno alla Mindfulness.

14. Anche Rob Foxcroft fonda il ‘suo’ Focusing sull’empatia, che considera “l’essenza della nostra umanità” (vedi http://www.meditativelistening.com/); e anche lui parla del bisogno che tutti abbiamo di auto-empatia. Nel suo originale approccio, poetico e massimamente attento a non strutturare troppo la relazione con l’altro, troviamo il concetto di “meditative lissening”, che fa capire quanto sia vicino alle pratiche di consapevolezza per coltivare lo stato interiore dal quale ascoltare gli altri e sé stessi. Tuttavia, per quel po’ di suo che ho letto, della Mindfulness non mi risulta faccia menzione.

15. L’unico autore di mia conoscenza che associa chiaramente la Mindfulness al Focusing è David Rome, figura di primo piano nel mondo del Focusing. Il suo libro “La risposta è nel corpo” (Ed. Astrolabio) è scritto davvero bene e mostra un grande spessore conoscitivo delle due materie. In pratica mi riconosco moltissimo (anche) nel suo approccio.

16. Nel vasto mondo del Focusing si trovano altri espliciti e fecondi incroci con la Mindfulness. Ho iniziato da poco questo genere di ricerca e per ora segnalo gli articoli di Salvador Moreno-Lopez http://www.focusing.org/folio/Vol25No12014/SalvadorMoreno-Lopez_2014.pdf, e di Akira Ikemi, http://www.focusing.org/folio/Vol26No12015/00_FOLIO2015_All.pdf.

17. In conclusione, per me il Focusing può essere (anche) correttamente definito come una speciale pratica di Mindfulness orientata al Felt Sense. So che questa definizione ad alcuni nell’ambiente del Focusing non piace, suona male. Forse c’è il timore che connettere così strettamente mindfulness e focusing possa fuorviare la comprensione del Focusing e sminuire la bellezza, originalità, importanza di questa perla di saggezza nata poco più di cinquant’anni fa. Capisco queste reazioni, anche emotivamente. Ma onestamente l’accostamento intimo dei due processi e delle pratiche che li sostanziano secondo me è ‘teoricamente’ corretto e foriero di vantaggi. La brillantezza del Focusing si accentua accanto alla Mindfulness (se la si conosce seriamente). Così come è vero il contrario: la Mindfulness e le pratiche di consapevolezza in generale vengono potenziate dall’incontro col Focusing. Insomma, insieme fanno una coppia davvero virtuosa, perché non sostenerla?

Naturalmente vi sono tanti diversi punti di vista sul fenomeno Focusing – su cos’è, come si pratica, come si insegna. A me piace giocare con le definizioni, provocarmi e provocare amichevolmente attraverso esse, perché le definizioni sono speciali simbolizzazioni di felt sense, quindi indispensabili punteggiature di un processo conoscitivo sempre in corso. E questo è il punto in cui ora io mi trovo e dal quale muovo per portare avanti il processo di pratica, studio e insegnamento del Focusing. Tu dove ti trovi?

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