Focusing Partnerships: principi, struttura e questioni teoriche

È stato commovente ed entusiasmante tradurre questo articolo di Eugene Gendlin, che a distanza di oltre trentanni mantiene intatta la sua forza rivoluzionaria. Le sue riflessioni sulla sottile dinamica psicologica degli Scambi alla Pari continuano ad ispirare il lavoro a favore di pratiche sociali salutari e democratiche, dove il Focusing è solo una delle tante possibilità nell’incontro tra esseri umani: ciò che conta è la qualità della presenza, dell’attenzione, dell’ascolto.

LE PARTNERSHIPS DI FOCUSING

di E.T. Gendlin, Ph.D., Università di Chicago

Gendlin, E.T. (1987). Focusing partnerships. The Focusing Folio, 6(2), 58-78

Traduzione di Maria Emanuela Galanti, Laura Talamoni, Roberto Tecchio

Il testo originale si trova in fondo dopo la traduzione, oppure alla pagina web http://previous.org/gendlin/docs/gol_2063.html

[Note: 1) nel testo Gendlin usa spesso il termine pattern, che noi abbiamo tradotto a volte con ‘schema’ e altre con ‘modello’; 2) in consonanza con gli usi accademici, sensibili alle questioni di genere, abbiamo volto al femminile tutte le frasi con la parola partner, dal momento che Gendlin impiega il femminile she quando usa un articolo determinativo.]

Lo schema di scambio settimanale con una partner di Focusing (o di qualsiasi altra attività di aiuto) si è sviluppato abbastanza, tanto che è diventato una struttura regolare che possiamo descrivere e offrire. Vorrei descriverne la storia, i principi, la struttura e le nostre esperienze, compresi alcuni problemi.

Negli ultimi anni sono rimasto colpito dal fatto che molti di noi hanno regolari partnership di Focusing – eppure questo fenomeno non è largamente conosciuto e incluso come parte integrante della conoscenza del Focusing.

Molte persone hanno una partnership di Focusing. Alcuni si incontrano una volta alla settimana per un’ora, altri più spesso. Alcuni lavorano nello stesso ambiente e si dividono un tempo più breve tra loro, ogni giorno. Certe partnership avvengono per lo più al telefono, anche tramite telefonate a lunga distanza.

Credo che ora il modello di partnership dovrebbe entrare a far parte di tutta la nostra formazione e delle nostre procedure regolari. È già da qualche anno che la rete tedesca di Focusing l’ha istituita.

Da tempo abbiamo scoperto che, sebbene focalizziamo da soli per la maggior parte del tempo, aiuta notevolmente avere una partner regolare una volta alla settimana o più spesso.

L’anno scorso ho proposto che i trainers di Chicago formassero partnership tra loro. Hanno pensato che il mio suggerimento fosse strano e fuori luogo; per un po’ non ho capito perché. L’ho capito quando ho saputo che avevano già partnership, alcune delle quali duravano da anni. Pensavano che gli stessi proponendo di avere nuove partners, e naturalmente non era appropriato che lo facessi, ma non sapevo che avessero già delle partners! Perché non ne parliamo di più? Mi sono anche reso conto che non sapevano – non glielo avevo detto – che una di loro è stata mia partner per alcuni anni. Una volta che si ha una partnership, c’è la tendenza a mantenerla privata. Molto bene. Ma abbiamo bisogno di sviluppare la partnership in un modello comprensibile pubblicamente. Ho capito che dobbiamo parlare e scrivere di più sul nostro modello di partnership. Spiegherò in seguito perché ritengo che un modello di partnership noto al pubblico sia vitale per il Focusing e per la società. Esso pone anche alcune interessanti questioni pratiche e teoriche. Ma prima vorrei raccontare un po’ di storia e presentare i due elementi essenziali del modello di partnership.

1. Una breve storia

Dal 1969, quando l’organizzazione chiamata CHANGES (1) ha avuto inizio a Chicago, abbiamo formato le persone all’ascolto centrato sul cliente e, più recentemente, al Focusing. Molte persone hanno focalizzato e si sono ascoltate a vicenda. È stato a lungo il nostro modello quello di avere un grande incontro CHANGES una volta alla settimana, in cui l’ascolto era una delle tante attività. Ogni domenica in quelle occasioni chiedevo a qualcuno di ascoltarmi. Alcune persone organizzavano anche dei momenti di ascolto durante la settimana.

L’organizzazione CHANGES continua e ha ancora questo schema di ascolto. Si tratta di uno schema regolare e comprensibile: ci si avvicina a qualcuno e si chiede “Ho bisogno di un po’ di tempo per essere ascoltato, saresti disposto a farlo? Resta inteso che la persona interpellata potrebbe essere d’accordo o meno e potrebbe anche chiedere la stessa cosa in cambio, oppure no. Nel modello generale di CHANGES c’è anche la possibilità di alzarsi in piedi nella riunione e chiedere o offrire qualsiasi cosa, compreso il tempo di ascolto.

In questo schema la reciprocità non è stata considerata. Potreste essere disposti ad ascoltare qualcuno, ma poi chiedere a un’altra persona di ascoltarvi. Gli accordi di ascolto vengono presi di nuovo ogni volta. Fatto sta che avevamo questo modello stabile e ben noto.

Uno schema ben definito e compreso è importante. Consente a qualsiasi persona di chiedere e di offrire. Senza un modello noto un individuo deve inventare una modalità e poi convincere qualcuno che quella cosa ha senso. Quasi nessuno ha la forza e l’energia per farlo – e men che meno quando si ha più bisogno di essere ascoltati. D’altra parte, se esiste un modello ben noto, allora non è difficile invitare qualcuno.

Per qualche tempo, negli anni settanta, molti di noi hanno sperimentato lo schema RC ideato da Harvey Jackins e dal suo gruppo di Re-evaluation Counseling. Da allora, anche se CHANGES continua nella sua modalità, la maggior parte delle persone che fanno Focusing hanno preso molto dallo schema della partnership RC. Sembra migliore sotto diversi punti di vista. Piuttosto che creare ogni volta un nuovo accordo, questo dura alcuni mesi o per tutto il tempo che le partners desiderano. Si tratta di un modello a doppio senso; è assolutamente chiaro che il tempo disponibile è diviso a metà e condiviso equamente. Ogni persona è sia ascoltatore che ascoltato. Lo schema prevede anche alcune regole. Tornerò su queste regole più tardi. Abbiamo ampliato il modello RC, come descriverò.

La D.ssa Ann Weiser, che è stata a lungo nella nostra organizzazione CHANGES e per molti anni è stata una formatrice di Focusing, ha lavorato per un po’ tempo allo sviluppo del modello di partnership a San Francisco e alla raccolta di ciò che sappiamo delle partnership.

2. Due principi del modello di Partnership

a. La metà del tempo viene utilizzata e decisa da ciascun partner

Il primo principio del modello è che la persona è responsabile del proprio turno. Questo significa non solo che io sono responsabile del mio processo psicologico, ma anche di come voglio usare il mio tempo. La mia metà del tempo è per me. Non ho bisogno di usarlo per focalizzare o per ascoltare. Lo uso come voglio.

Nella mia metà del tempo potrei parlare di qualche situazione preoccupante e condividere qualcosa di privato. Potrei chiedervi di rispondere attivamente o potrei chiedervi di dirmi solo quando non mi seguite, in modo da poter ripetere qualcosa in altre parole. Potrei dire tutto quello che so su qualcosa o solo un po’. Potrei parlare di sentimenti profondi senza farvi sapere a quale situazione si riferiscono. Potrei focalizzare silenziosamente in parte o per tutto il tempo e volere solo la vostra attenzione tranquilla. Potrei non dire nulla o solo qualcosa su come sta andando la mia focalizzazione. Potrei accogliere o meno i vostri suggerimenti per guidare il mio processo. Potrei anche usare qualche altro metodo che ritengo possa aiutarmi. E se uso un metodo che non vi è familiare ve ne parlerei quanto basta, in modo che voi possiate imparare a tenermi compagnia nel modo di cui ho bisogno. Ma nel mio tempo potrei anche non fare nulla di psicologico. Potrei parlare di un problema di lavoro, raccontarvi una storia, parlare di politica o di qualche altro argomento che mi sta a cuore, leggervi una lettera che ho ricevuto o mostrarvi alcune fotografie.

Questo principio di base supera il carattere settario della maggior parte delle reti di auto-aiuto di oggi. Di solito è condiviso un solo processo e qualsiasi altra cosa è considerata fuori dai limiti. Il nostro modello ci permette di essere lì nella nostra interezza, invece che con la sola parte sotto al cappello del Focusing. Ci permette di usare e condividere tutte le nostre conoscenze sui processi utili e di imparare come possono andare insieme, senza mai forzare nulla l’una sull’altro.

Se qualcosa per te non fosse tollerabile, ovviamente non lo faresti con me; tuttavia nella mia metà del tempo non mi dirai come usare il mio tempo e non mi limiterai al Focusing o nel trattare certi problemi né in qualsiasi altra cosa.

Voglio sottolineare lo spirito totalmente condiviso di questo principio. Ovviamente non pretenderai di dirmi cosa fare durante il mio tempo, né io cercherei di decidere per te cosa dovresti fare con il tuo tempo. Qui “ovviamente” è importante! Non dovrei combattere o discutere per difendere il mio diritto ad usare il mio tempo come voglio io. Tu mi stai dando questo tempo, per me, non per qualche scopo specifico che tu valuti e approvi. Allo stesso modo, in qualsiasi momento del mio tempo, ovviamente non mi dirai cosa fare, cosa significa la mia esperienza o cosa dovrei fare in quel momento. Potresti darmi un suggerimento o farmi una domanda, ma solo se lo accogliessi con favore e prima mi chiederai se lo voglio. Ovviamente. E’ la mia metà del tempo. Allo stesso modo, durante il tuo tempo non ti dirò cosa fare. Non ti dirò di focalizzare o di parlare di problemi o di fare o non fare qualcosa. Sta a te decidere come usare il tuo tempo. Altrimenti il tempo è per qualche altro scopo e non tutto per te.

Se questo viene compreso, allora, quando inizia il mio turno, sento quanto sia invitante quel tempo – è tutto per me. Potrei sapere immediatamente di cosa ho bisogno e iniziare. Oppure potrei passare qualche minuto con una scansione, sentendo quello che mi piace, potrei parlare di questo ……, no, forse….., beh, forse prima focalizzo… fammi vedere……. E’ la sensazione [di lusso, NdT] che ho avuto quando ero un bambino con un quarto di dollaro in tasca nel negozio dove tutto costava solo cinque o dieci centesimi.

b. Tener conto esattamente della divisione del tempo

Il modello prevede di tener conto della divisione esatta del tempo e di fermare l’altra persona quando è scaduto. A seconda della situazione ciò può essere fatto in vari modi, ma le due persone si spartiscono il tempo in parti uguali.

All’inizio può sembrare “meccanico” e poco sensibile dividere e tenere traccia del tempo con questa precisione. Ma presto realizziamo che i processi del sentire profondo hanno il loro tempo, che non è il tempo dell’orologio e quindi possono incorporare abbastanza bene i limiti di tempo ordinari. Ho sperimentato che dividere due ore a metà, e anche dividere meno di 10 minuti, offre a ciascuno la possibilità di andare in profondità al proprio interno.

Tenere traccia del tempo è una parte vitale del modello. Se questo non fosse ben compreso, una persona potrebbe prendersi più della metà del tempo e all’altra non resterebbe che dire, educatamente, che per lei va bene. Non deve fare alcuna differenza se una delle partner è più premurosa o più turbata o è una persona importante o qualsiasi altra cosa. Inoltre, se non si divide il tempo equamente, alcune persone si preoccuperebbero costantemente di starsi prendendo più tempo della partner, non sarebbero in pace e si fermerebbero prima possibile.

C’è semplicemente bisogno di comprendere bene che il tempo è diviso a metà e se ne tiene conto. Se noto che potrei fermarmi, ma ho ancora tempo, allora il mio processo può approfondirsi. E anche se non ho bisogno di nient’altro – beh, ecco di nuovo quella sensazione di lusso: cosa mi piacerebbe fare nel tempo che mi resta?

3. Domande terapeutiche e pratiche rispetto alla partnership

a. Di cosa abbiamo bisogno

Inviateci le vostre esperienze di partnership! Abbiamo bisogno di almeno un Centro di raccolta a cui inviare le relazioni sulle esperienze e soprattutto sulle difficoltà. Alla fine ci aspettiamo anche di avere dei risultati utili da un simile Centro. Vi preghiamo di considerarci qui a Chicago come una centrale di questo tipo.

In ogni città abbiamo anche bisogno di regolari riunioni di consulenza sulle partnership dove le persone possano venire per consultarsi, ricevere più formazione, trovare una nuova partner o un terapeuta a pagamento, e altri tipi di aiuto e informazioni.

Quando queste offerte funzionano, allora possiamo aggiungerle alla struttura. Con una consulenza regolare e con un modo semplice di cambiare partner, si comprenderà bene questa parte della struttura di partnership, come è necessario che sia.

Potrebbero essere necessarie delle utili “regole”. Ad esempio, il modello di RC ha delle regole che impediscono in qualsiasi modo di trasformare una partnership in una relazione sessuale. Ne consegue che è meglio non scegliere come partner qualcuna con cui questa possibilità potrebbe facilmente verificarsi. D’altro canto ci domandiamo: la persona che è mia partner di vita può essere anche mia partner di Focusing? Non abbiamo abbastanza dati per rispondere a questa domanda.

Alcune persone hanno aggiunto in modo molto utile il modello di partnership alle relazioni amorose e di amicizia esistenti. Riguardo a ciò sarebbe molto utile se potessimo sapere come sono state superate le eventualità difficoltà.

Abbiamo anche bisogno di un modello regolare su come invitare qualcuno a diventare partner quando la persona non conosce il Focusing o altri processi simili. Qual è stata la vostra esperienza invitando una persona così? E con una persona (nuova) non dovremmo sempre prima provare una o due volte prima di stabilire un accordo lungo che poi potrebbe dover essere rotto?

In questi decenni tutto ciò è appena iniziato. Ci sono buone ragioni per aspettarsi dei problemi. Vi preghiamo di scriverci su eventuali problemi e altre osservazioni.

La struttura della partnership non è ancora chiara al di là dei due elementi essenziali di cui sopra. Vi preghiamo quindi di aiutarci a mettere in comune esperienze e informazioni! Scrivete alla Dr. Ann Weiser o a noi qui a Chicago.

b. Due transfert?

Come è possibile che il modello di partnership possa funzionare senza problemi, considerando il transfert, le proiezioni e tutte le difficoltà relazionali che si sviluppano naturalmente in psicoterapia?

Nella mia esperienza queste difficoltà si verificano come previsto, ma separatamente da entrambi i lati della partnership, come fossero due terapie parallele. In ognuna di esse ci sono sentimenti relazionali che vanno in entrambe le direzioni. Non sono quasi mai tentato di mescolare questi sentimenti, e anche quando sono tentato, non lo faccio. Nemmeno la mia partner lo fa. Lasciate che vi spieghi cosa intendo.

Come ascoltatore ho diversi sentimenti provocati dalla focalizzazione della mia partner. Questi sentimenti appartengono al mio rapporto con la partner quando la ascolto. Proprio come faccio durante una terapia, decido momento per momento cosa esprimere dei miei sentimenti e quando farlo.

Esattamente come quando sono un terapeuta cerco di essere completo e visibile, ma senza occupare tutto il tempo. E come nella terapia, a volte il mio cliente o la mia partner percepisce le mie reazioni e vuole che io le esprima prima che il suo processo possa continuare. Tutto questo è simile alla psicoterapia, e tutto questo riguarda il tempo che le dedico nel suo turno. Qualsiasi sentimento verso il cliente o il suo processo che ho messo da parte, aspetterà il momento del mio turno, esattamente come i miei sentimenti provocati dal processo di un cliente.

Poi, quando arriva il mio turno, immediatamente la mia vita, i problemi e i sentimenti sono al primo posto. Ho messo da parte ciò che mi è rimasto dal suo processo, esattamente come se fossi appena arrivato da un’ora con un cliente. Posso avere certe sensazioni riguardo al suo processo, ma non sono il mio principale problema di vita. Ma anche se lo fossero, non le sottoporrei all’ascolto. Al massimo, se suscitassero un mio problema molto profondo, potrei focalizzare su questo, e se ne parlassi riguarderebbe quel problema più profondo in me, non la parte che riguarda la relazione con la partner. Quello è qualcosa che riguarda il suo tempo. E tutte le partners con cui ho scambiato hanno agito allo stesso modo durante il loro turno.

Questo si è sviluppato in modo del tutto naturale tra noi. Finora non avevo sentito o pensato a questo aspetto in termini espliciti. Mi è diventato chiaro solo ora, mentre scrivo questo articolo.

Penso che sia legato alla grande differenza che c’è tra le due metà del tempo dello scambio. Come ascoltatore sono una persona spaziosa. E posso dare alla mia partner tutto lo spazio. Posso ascoltare, rispondere se lo si desidera o sentirmi vicino nei lunghi silenzi del Focusing. Posso ascoltare anche le descrizioni e potrei fare del tè [se la partner me lo chiedesse – NdT]. Il suo processo non mi disturba, tranne che in casi molto rari. Certamente mi accorgo quando tali casi accadono. Ma appartengono alla sua metà del tempo. Le due metà sono molto diverse. Nella sua metà sono di solito la persona spaziosa che può ascoltare.

Non appena è il mio turno, divento una persona piuttosto piccola; il mio corpo si trasforma in uno dei miei vari problemi. Potrei fare un sacco di rumori sgradevoli mentre focalizzo, fino a quando la tensione si allenta e arrivano i cambiamenti. In questo modo proietto alcuni sentimenti negativi sulla mia partner. Spesso sento che deve essere difficile per lei sopportare tutti i miei gemiti, il respiro e altre espressioni. Allora devo guardarla e chiederle se sta bene. Lo è sempre, come posso chiaramente constatare. È ovvio che il mio processo non le dà più fastidio di quanto il suo non ne dia a me. L’ho chiesto così tante volte che entrambi ridiamo quando lo faccio – eppure devo farlo spesso. Poi posso tornare alla mia focalizzazione. Oppure potrei dare forma a un sogno e chiedere se va bene. Di nuovo entrambi ridiamo. Oppure, se sto in silenzio per molto tempo, sento che è difficile per la mia partner sedersi lì senza fare niente.

Eppure, subito dopo, quando è il suo turno, sono di nuovo l’ascoltatore spazioso. Questi due ruoli sembrano rimanere separati.

E così anche io scopro che per quanto profondo possa essere stato il processo del partner durante il suo turno, nel mio turno lei è proprio lì per me. E, cosa che mi sembra ancora più sorprendente, posso vederlo e sentirlo.

Sto illustrando un’osservazione che mi sorprende sempre. Sembra che la proiezione, il transfert e il controtransfert avvengano doppiamente nella partnership, in due set chiaramente separati, in modo che ognuno si senta abbastanza libero quando è il turno di Focusing dell’altro.

Ad esempio, mi sembra di avere difficoltà quando mi si rimprovera qualcosa, e questo secondo me è anche realmente colpa mia. Mi accade spesso quando dimentico un appuntamento concordato o qualcosa del genere. Allora mi sento a disagio e dimentico che anche in queste situazioni, quando il tempo appartiene alla mia partner si tratta dei suoi sentimenti, di cui magari solo alcuni si riferiscono alla situazione attuale e al mio comportamento. Quando me lo ricordo, la mia partner diventa capace di trovare presto il lato più profondo di quello che le accade e il significato che ha per lei.

D’altra parte non avrei difficoltà alcuna se la mia partner dovesse scoprire che e’ infuriata con me perché deve partire (o con ogni altro sentimento relazionale che dovesse provare). Ma se questa difficoltà l’avessi, apparterrebbe alla sua metà del tempo.

Non ho sentito molte segnalazioni di problemi con le partnership in corso. Ma dal momento che la gente non ha detto o scritto molto sulle partnership, naturalmente non avrei potuto sentir parlare dei problemi. Questo articolo è in parte un appello ad inviarci le descrizioni delle vostre esperienze.

Ad un vecchio terapeuta sembra che debba verificarsi ogni sorta di problemi. Vi prego di farmi sapere se ne avete incontrati e cosa ne avete fatto. E sicuramente vorrei anche sapere se per voi la partnership non presenta problemi. Forse questo significa che le partnership mettono un limite alla profondità con cui gli aspetti problematici si manifestano e possono essere risolti relazionalmente. Ma forse, in certa misura, in base alla mia esperienza, l’inviolabilità del tempo di ogni persona rende possibile una separazione che permette a due transfert o relazioni proiettive di esistere fianco a fianco, insieme ad una buona relazione reale.

c. E la formazione?

Riteniamo che la formazione sia essenziale per il Focusing e l’ascolto, così come lo è anche per altri processi. Ma non importa come avviene questa formazione. E’ possibile che un focuser o ascoltatore addestrato formi una partner in modo informale. In realtà, la formazione informale è una delle migliori. Non c’è alcuna pretesa e nessuna pressione; si dà all’altra persona ciò che si sa, poco a poco, al momento opportuno, man mano che la focalizzazione e l’ascolto avvengono. Dirò ad un nuovo tirocinante: “Ora ho bisogno che tu mi dica di nuovo: ‘Non sei sicuro di cosa fare perché……….'”. Col Focusing è ancora più facile. Abbiamo solo bisogno di addestrare le persone per mantenere la loro attenzione tranquillamente su di noi. Nel nostro turno possiamo focalizzare e poi insegnare all’altro a focalizzare durante il suo. La formazione e l’esperienza sono assolutamente necessarie.

I processi di auto-aiuto sono più specifici e più sviluppati della formazione professionale. All’inizio può sembrare strano. Ma un professionista è, di fatto, definito più dal ruolo sociale che dalla sua formazione specifica. Le qualifiche assicurano che il professionista sia una persona responsabile. Ma la formazione vera e propria varia molto e a volte può essere molto generale. Al contrario, tutto ciò che può essere insegnato alla gente comune deve essere abbastanza specifico, in modo che possa essere compreso e attuato esattamente, passo dopo passo. Abbiamo dovuto rendere il Focusing molto specifico per scopi di ricerca, e poi abbiamo scoperto che doveva diventare ancora più specifico per poterlo insegnare alla gente comune.

Troviamo che le persone più conoscono e praticano il Focusing, più si pongono domande molto specifiche e più apprezzano ulteriore formazione.

La formazione è effettivamente necessaria, ma è abbastanza possibile anche nell’ambito della partnership. Se una persona possiede un’abilità, può insegnarla all’altra. E dobbiamo anche organizzarci in modo da rendere disponibile una formazione continua.

d. È sicura la partnership? Nessuna delle partners è un’autorità

Puoi davvero affidarti a qualcuno che non ne sa più di te, e forse di fatto ne sa molto meno?

Certamente la fiducia si sviluppa, ma in una partnership non ci si affida a nessuno. Ovviamente si rimane responsabili della propria vita e del proprio processo.

Dopo trentacinque anni di pratica della psicoterapia e spesso in terapia, non sono sicuro che sia mai giusto affidarsi a qualcuno. Non sono nemmeno sicuro che sia possibile o se sia solo un’illusione. Le persone non possono davvero essere sostituite da altri alla guida della propria vita. Per quanto a volte si voglia dire a qualcuno: “Spostati; te lo mostrerò”; o per quanto a volte si possa mettere la nostra vita nelle mani di qualcuno per farci guidare – non credo sia possibile. Ma, certamente, è possibile essere in terapia con qualcuno di cui ci fidiamo, nel senso che prenderemmo molto seriamente tutto ciò che quella persona ci ha detto o consigliato. Lo proveremmo molte volte e poi forse daremmo la colpa a noi stessi se le cose non funzionassero. Nel rapporto basato sull’autorità, molti clienti ricevono aiuto, ma possono anche essere gravemente feriti, bloccati, ritardati o del tutto scoraggiati.

Le partnership sono molto più sicure. Ognuno sa bene che l’altro non è un’autorità. Qualsiasi cosa stupida viene facilmente riconosciuta come tale e scartata. Da una partner non sopporterai per dieci minuti quello che molti pazienti sopportano per anni da psicoterapeuti referenziati.

Per favore, non pensate che io stia attaccando la psicoterapia. La pratico e sono stato anche un cliente per lunghi periodi. Sto solo dicendo, come tutti sappiamo, che la qualità varia, e quindi la fiducia e gli anni che le persone investono in un’autorità non è cosa altrettanto sicura come in una partnership, in cui nessuno ha il potere di dire all’altro cosa fare o come farla.

Devo anche aggiungere che per molti anni ho insegnato psicoterapia a laureati e non laureati. In tutti i miei corsi faccio in modo che gli studenti abbiano due ore a settimana strutturate come nella partnership appena descritta. Ciascuno mi scrive privatamente circa il proprio processo, che annota ogni settimana.

Quello che ho da dire in questo caso si basa su molte osservazioni. È vero che i nostri studenti sono molto brillanti e partecipano al corso solo se lo vogliono. Tuttavia, è sempre sorprendente per me notare come – dopo qualche settimana – i loro appunti sui loro processi somiglino a quelli di uno psicoterapeuta. Inoltre, non è mai successo nulla di veramente preoccupante. Molto prima che qualcosa di questo tipo possa accadere, qualcuno ha voluto cambiare partner. E ha potuto ovviamente farlo.

e. Metterà i terapeuti fuori mercato?

Sicuramente no. Più partnership ci sono, più la terapia sarà conosciuta, più saranno necessari terapeuti professionisti. Spesso accade che qualcuno debba andare oltre e più a fondo di quanto sia possibile con una partner. Non lo sappiamo ancora esattamente, ma ci possono essere molte cose che si possono fare solo con un terapeuta o con persone particolarmente abili. Quanto meno ci sarà bisogno di consulenti competenti, in modo che una o entrambe le partners abbiano un posto dove andare se avessero bisogno di più aiuto. Sappiamo che ci sono sempre più persone che chiedono, e che la domanda crescerà man mano che un maggior numero di persone avrà delle partnership.

È vero, tuttavia, che quando le persone ottengono tanto gratuitamente, sono in grado di riconoscere se il terapeuta pagato offre qualcosa di più o di meno. Questo è probabilmente il modo più efficace per aumentare la qualità della terapia professionale. La conoscenza diffusa ottenuta tramite le partnership può assicurare ciò a cui esattamente mirano le attuali procedure di accreditamento, garantendo quella qualità della terapia che tutela il pubblico.

f. Ho quello che serve per essere la partner di qualcuno?

Sono necessarie due cose – ma ogni essere umano le ha. Uno dei requisiti è la capacità di tacere – di stare zitto e di essere una compagnia non invadente. Ciò significa che quando l’altro sta parlando noi ci asteniamo da ogni impulso ad imporgli qualcosa. Significa lasciare andare le nostre eccellenti idee, interpretazioni, suggerimenti, il nostro desiderio di offrire rassicurazioni amichevoli o di raccontare quello che abbiamo fatto in una situazione simile. E in quei momenti in cui l’altra persona è tranquilla, significa mantenere la nostra attenzione su di lei mentre non accade nulla di interessante.

Il secondo requisito è la compagnia di un essere umano. Non si può fare a meno di avere questa capacità, poiché si è un essere umano. Non richiede di essere una brava persona o l’essere saggi o il possedere qualità speciali. Non richiede un modo speciale di essere o di mostrare la propria umanità. Semplicemente voi, lì.

Ma la maggior parte delle persone non lo sa! Pensano di dover fare qualcosa di speciale o di essere interiormente mancanti di qualcosa o di di non riuscire a trovare qualcosa di particolarmente perspicace o utile da dire. Nessuna di queste cose è necessaria, per fortuna! Chi sei e cosa dici fa una differenza minima. Ma ci sono una serie di procedure molto specifiche che chiunque può ed è necessario che impari, perché rendono possibile questo tipo di interazione. Sono quindi molto importanti. Ma se l’altra persona conosce una di queste procedure, le sarai di grande aiuto con la tua presenza, sia che tu conosca sia che tu non conosca la stessa procedura. È la compagnia umana che fa la differenza e approfondisce immensamente il processo.

Sapere questo è un fatto molto grande! Come terapeuta o come partner di Focusing mi baso su questo fatto grandioso. So che la mia compagnia non consiste nelle mie caratteristiche personali perché non sono così speciali; inoltre per la maggior parte del tempo anche le buone caratteristiche che ho non aiutano tanto. Cosa aiuta? È il processo che nasce dall’interno della persona – da sotto il suo sé cosciente. E tutto ciò di cui c’è bisogno è che io me ne stia seduto qui? So di poterlo fare.

4. Teoria: la natura umana è interattiva

A volte qualcosa può essere espresso meglio in termini di ricerca. Ecco un progetto di ricerca quasi perfetto: i soggetti focalizzano prima per 10 minuti da soli, poi – sugli stessi problemi – focalizzano con una partner conosciuta che rimane completamente silenziosa. In qualsiasi modo vengano misurati, i risultati saranno significativamente migliori con una partner. Questo progetto riguarda la stessa persona, con gli stessi problemi, con lo stesso tempo e senza alcuna differenza verbale o comportamentale – niente di più che la presenza silenziosa della partner.

Ho condotto questa ricerca centinaia di volte con un unico soggetto – me stesso. Focalizzo da solo quando ho la possibilità di farlo prima di incontrare la mia partner. A volte mi sento bene dopo il mio Focusing, cosicché il mio tempo con la mia partner è abbastanza libero. Ma molto spesso ho invece la possibilità di realizzare il progetto di cui sopra. Vedo quanto velocemente posso andare avanti, in totale silenzio, partendo dallo stesso punto, solo perché il mio compagno è lì.

Questa ricerca mostra un fatto teorico: gli esseri umani sono intrinsecamente interattivi. In modo significativo gli esseri umani sono processi interattivi in corso. Procediamo in modo diverso da soli rispetto a quando siamo in relazione con persone effettivamente presenti – anche senza che accada nulla di visibile o di verbale.

Voi lo sapete. Ad esempio, state aspettando soli ad una fermata dell’autobus. Siete con voi stessi, in pace, e ora qualcuno vi viene accanto. La vostra pace interiore può sparire, anche se quella persona non ha detto o fatto nulla.

Oppure, prendete il caso opposto. Siete soli e vi sentite strani. Allora decidete di chiamare un amico. Qualcun altro risponde e voi attendete che il vostro amico venga al telefono. Durante quel breve tempo vi sentite già molto meglio – senza il bisogno di parlare, ancor prima che il vostro amico arrivi effettivamente al telefono.

Quindi la compagnia silenziosa di un’altra persona non è cosa da poco. Cambia il proprio modo di essere – fisicamente, ne sono assolutamente sicuro. Dimostra che gli esseri umani sono intrinsecamente, essenzialmente interattivi. Quando non c’è alcuna altra persona, il proprio intero essere relazionale si blocca e diventa permanente. Sembra ricadere su sé stesso come se fosse un tratto di personalità individuale.

Queste osservazioni mostrano anche che le attuali nozioni di dipendenza e indipendenza sono sbagliate. Ci viene insegnato ad essere autonomi, a far tutto senza bisogno di nessuno – l’impresa privata. Ma per natura non tutto è possibile in questo modo. Quindi ci sentiamo in colpa per non riuscire a fare da soli ciò che non può essere fatto da soli. Però non dovremmo ritardare per anni ciò che può accadere solo nell’interazione.

Tutto ciò non toglie valore né al Focusing da soli, né alla nostra indipendenza. La partnership è un ulteriore passo avanti. Perché dovremmo limitarci quando potremmo fare molto di più in una partnership?

Ma questo punto è cruciale: il grande effetto della presenza di un’altra persona si può avere nel silenzio, a prescindere dalla quantità di contenuto che si desidera condividere. La presenza e l’attenzione dell’altra persona fa la grande differenza, non il contenuto personale che si può o meno condividere a parole.

5. 5. La società e le istituzioni sociali

Perché avere uno schema ufficiale di partnership?

Le tipiche situazioni affettive, di lavoro, di svago, sono schemi sociali – istituzioni sociali. Per esempio alcuni di questi schemi sono il modo in cui ci comportiamo sul lavoro, con i membri della famiglia, in classe o in un negozio. Le situazioni di vita sono fortemente modellate prima della nostra nascita. Attualmente i vecchi modelli non ci bastano, quindi è vero che ci tocca improvvisare costantemente. Ma non dobbiamo inventare tutto sul momento; improvvisiamo all’interno di questi schemi socialmente istituiti e conosciuti – le situazioni che ci sono familiari.

Per esempio, l’amicizia è un’istituzione sociale. Non c’è bisogno di spiegare il motivo per cui ci si incontra e si parla con certe persone – sono i vostri amici. Il modo in cui li trattiamo varia molto, ma è un modello noto. Se lo violate, la persona potrebbe dirvi: “Non è così che si tratta un amico!

Per esempio, parlare a lungo dei vostri problemi personali non è appropriato con un amico, tranne che in rari momenti. E certamente non è il caso lasciare che il vostro amico resti in attesa seduto silenziosamente, per dieci o trenta minuti, mentre focalizzi! La nostra cultura ha modelli per le amicizie, le feste e per gli lo spazi di gioco, ma anche modelli per l’amore e per il lavoro. Non abbiamo ancora – ma li stiamo producendo – modelli sociali per processi personali e interpersonali. La psicoterapia è uno di questi e il modello della partnership è un altro.

La gente può usare un simile modello conosciuto e compreso, cosa che non avrebbe l’abilità o l’energia per inventare. Se entrambi conosciamo questo modello, uno di noi due può invitare l’altro. In questo momento il modello della partnership non è ancora abbastanza conosciuto. Quindi le persone devono esserne informate, prima di poter essere invitate. Ma un modello almeno esiste e può essere comunicato.

Mi auguro che tra un decennio o due tutti avranno una partner per un processo personale. Questo è l’unico modo in cui la nostra scoperta di questi processi potrà diventare accessibile a tutti. E ci sono molti segnali, oggi, che questi processi sono ricercati e diventeranno sempre più disponibili.

Attualmente circa venti o trenta milioni di persone fanno parte di una qualche rete che offre simili processi. Per ora i modelli impiegati sono settari: si può realizzare solo un particolare processo con le persone che lo conoscono. Altre forme di processo devono essere attuate con altri in un’altra rete. Come vedete la nostra struttura di partnership va oltre questo settarismo.

La terapia retribuita è strutturata su un modello di scarsità. Solo alcuni possono accedere alla formazione; altri no. Solo alcuni hanno i soldi per pagarsela; altri no. Al contrario, la partnership è intrinsecamente senza scarsità: chiunque può essere una partner. Chiunque può trovare una partner. Il “bene” di base è l’attenzione interumana, qualcosa che ognuno di noi ha e può dare.

Una società senza scarsità reale o artificiale può essere molto lontana nel tempo, ma questo non è un buon motivo contro l’impiego di nuove forme di relazione. Nel corso della storia sono esistite nuove forme di organizzazione all’interno di società complessivamente ancora organizzate in forme antiche. Ad esempio, la gente di città si è liberata in parte molto presto dalla struttura feudale circostante – e poi ha lottato e coesistito con essa per secoli. Il modello della partnership può essere adottato da tutti coloro che lo desiderano e adattato da e per qualsiasi persona.

Non c’è motivo di lasciare che i processi di attenzione interumana restino preconfezionati, come lo sono stati finora all’interno del modello della scarsità.

Riferimenti:

(1) Gendlin, E.T., Focusing Bantam Books, N.Y.: 1981. “The Politics of Giving Therapy Away” In Larson, D., Ed., Teaching Psychological Skills. Brooks/Cole, Monterey: 1984. Una prima bozza apparve in: Focusing Folio Vol. 1, numero 4, 1981.

FOCUSING PARTNERSHIPS

E.T. Gendlin, Ph.D., University of Chicago

The pattern of sharing weekly time with a partner for focusing (or any helpful activity) has now developed far enough, so that it has become a regular structure we can describe and offer. I would like to describe some of its history, principles, structure, and our experiences with it including some problems.

In recent years I have been impressed by the fact that so many of us have regular focusing partnerships – and yet that is not widely known and included as a regular and understood part of focusing.

Many people have focusing partnerships. Some meet once a week for an hour, some more often. Some work in the same setting and divide a shorter time between them, every day. Some partnerships exist mostly on the telephone, some of them even long distance.

I believe that the partnership pattern should now become part of all our training and our regular procedures. That has already been instituted by the German focusing network for some years.

We have long found that although we do focusing alone most of the time, it helps greatly to have a regular partner once a week or more often.

Last year I proposed that the Chicago Trainers form partnerships with each other. They thought my suggestion odd and out of line; I didn’t know why for a little while. It turned it that it was because they already had partners, some of many years standing. They thought I was proposing new partners for them; of course that wouldn’t be appropriate for me to do. But I didn’t know they had partners! Why is it we don’t talk about this more? I also realized they didn’t know – I hadn’t told them – that one of them has been my partner for some years. Once one has a working partnership, there is a tendency to keep it private. Very well. But we need to develop it into a publicly understood pattern. I learned that we must talk and write more about our partnership pattern. I will explain later why I think that a publicly known partnership pattern is vital for focusing, and for society. It also poses some interesting practical and theoretical questions. But first, let me tell a little history, and also the two essentials of the partnership pattern.

1. A short history:

Ever since 1969 when the organization called CHANGES (1) began in Chicago, we have been training people in client-centered listening, and, more recently, in focusing. Many people have been focusing, and listening to each other. It has long been our pattern to have a large CHANGES meeting once a week, at which listening was one among many activities. There, every Sunday, I used to ask someone to listen to me. Some people also arranged listening times with each other during the week.

The CHANGES organization continues, and still has this listening pattern. It is a regular, understandable pattern: One approaches someone and one asks: “I need some listening time; is that something you would be willing to do?” It is understood that the asked person might agree or not, and also, might ask the same thing in return, or not. There is also the general CHANGES pattern of standing up in the meeting and asking for, or offering anything, including listening time.

In that pattern reciprocity was not assumed. You might be quite willing to listen to someone, but rather ask a different person to listen to you. Listening arrangements were made new, each time. But we did have this stable well known pattern.

A well established and understood pattern is important. It empowers any person to ask, and to offer. Without a known pattern an individual has to invent an arrangement, and then convince someone that it makes sense. Hardly anyone has the strength and energy to do that – and least of all when one most needs listening. On the other hand, if a well-known pattern exists, then it is not hard to invite someone.

Some time in the nineteen seventies many of us experienced the RC pattern devised by Harvey Jaekins and his Reevaluation Counseling group. Since then, although CHANGES continues in its way, most focusing people have adopted a lot from the pattern of the RC partnership. It seem superior in a number of ways: Rather than creating a new arrangement each time, the arrangement lasts over some months or as long as both people wish. It is a two-way pattern; there is an absolute understanding that the available time is divided in half and shared equally. Each person is, in turn, listener and listenee. The pattern also involves certain rules. I will come back to these later. We expanded the RC pattern, as I will describe.

Dr. Ann Weiser, who has long been in our CHANGES organization, and has for many years been a focusing trainer, has been working for some time to develop the partnership pattern in San Francisco, and to bring together what we know of partnerships.

2. Two principles of the partnership pattern:

a. Half the time is used and decided about by each partner.

The first principle of the pattern is that the person whose turn it is, is in charge. We take this to mean not only that I am in charge of my own psychological process, but also of however I wish to use my time. My half of the time is for me. I need not use it for focusing or listening. I use it as I wish.

In my half of the time I might talk of some troubling situation, and share something private. I might ask you for listening responses, or I might ask you only to tell me when you don’t follow me, so that I could repeat something in other words. I might say everything I know about something, or only a little. I might talk of deep feelings without letting you know what situation they refer to. I might focus silently in some or all of the time, and want only your quiet attention. I might say nothing, or only something about how my focusing is going. I might welcome focusing-guiding suggestions, or not. I might also use some other process I know which can help me. I would teach you whatever part in it I need you to take. If I use a process that is unfamiliar to you, I would initiate you sufficiently in it, so that you could learn to keep me the company I need. But also, in my time I might do nothing psychological at alI. I might talk about a work problem, tell you a story, talk about politics or some other topic I care about, read you a letter I received, or show you some photographs.

This basic principle gets past the sectarian character of most self-help networks today. Usually just one single process is shared, and anything else is considered out of bounds. Our pattern enables us to be there as the whole people we are, instead of just the part under the focusing hat. It lets us use and share all our knowledge of helpful processes, and learn how they can go together, without ever forcing anything on each other.

If something isn’t tolerable to you, then of course you wouldn’t do it with me, but otherwise you would not tell me how to use my time, or limit me just to focusing, or to problems, or to anything else – in my half of the time.

I want to emphasize the totally understood spirit of this principle. Of course you wouldn’t presume to tell me what to do during my time, nor would I try to decide for you what you should do with your time. The “of course” is important here! I shouldn’t have to fight or argue to defend my right to use my time in my own way. You are giving this time to me – for me, not for some specific purpose which you evaluate and approve. Similarly, at any little spot within my time, of course you wouldn’t tell me what to do, or what my experience means, or what I should do next at that spot. You might make a suggestion or ask me a question, but only if I would welcome that, and you would first ask me if I would. Of course. It is my half of the time. Conversely, in your time I wouldn’t tell you what to do. I wouldn’t tell you to focus, or to talk about problems, or to do or not to do something. It has to be up to you to decide how to use your time. Otherwise the time is for some other purpose, and not really just for you.

If this is understood, then, when my turn begins, I feel how inviting that time is – it is open for me. I might know immediately what I need, and just start. Or, I might spend some minutes, scanning, sensing what I might like, I might talk of this …., no, perhaps that …., well, perhaps first focus. let me see …. It is the feeling I had as a child with a quarter in the five and ten store.

b. Keeping track of each half of the time:

The pattern involves keeping exact track of time and stopping each other when the time is up. Depending on the situation,  this might be done in various ways, but the two people take equal time.

At first it may seem “mechanical” and inhuman to divide and keep track of time so exactly. But we soon see that deep feeling processes have their own time, which is not clock time, and therefore they can incorporate ordinary time-limits quite well. I have experienced dividing two hours in half, and also dividing less than 10 minutes into a chance for each of us to touch down deeply, inside.

Keeping track of the time-halves is a vital part of the pattern. If that isn’t understood, one person takes more of the time, and the other is left to say, politely, that it’s OK. It needs to make no difference which one is the more considerate person, or the more upset person, or the more important person, or whatever. Also, without time-halves, some people will constantly worry if they are taking too much time from the other person. There is no deep peace, and they stop as soon as they possibly can. We need to have the simple understanding that time is divided in half and kept track of. If I find I can stop, but there is more time, my process may deepen. And, even if I need nothing more – well, then I have that luxurious feeling again: What might I like to do in the time that is left?

3. Practical therapeutic questions about partnerships:

a. What we need:

Please send us your own experiences with partnerships! We need at least a Central Exchange to which to send any reports we wish to make of experiences and especially difficulties. Eventually we would also expect to hear helpful findings from such a Center. Please consider us here in Chicago to be such a Center.In each city we also need regular Partnership Consultation meetings where many people can come for consultation, more training, a new partner, a paid therapist, and other kinds of help and information.

When these offerings are working, then we can add them to the structure. Regular consultation and an easy way to change partners will then be well-understood parts of the partnership structure, as they need to be.

Helpful “rules” might be needed. For example, the RC pattern has rules against turning a partnership into a sexual relation in any way. It also follows that one had best not choose as a partner someone with whom this will obviously become a question. On the other hand, a different question is: Can the person who is already my life partner also be my focusing partner? We don’t have enough reports to answer that. Some people have very helpfully added the partnership pattern to existing love and friendship relations. It would be very valuable if we could hear about any difficulties this has made.

We also badly need a regular pattern for how to invite someone to be a partner, if the person does not know about focusing or other such processes. What has been your experience with inviting someone like that? And, should we not always first try it once or twice, with a person, before making a longer arrangement which might then have to be broken again?

In these decades all this is just beginning. There is every reason to expect problems. Please write us about any problems and other observations.

The partnership structure is not yet clear beyond the two essentials stated above. Therefore please help pool experience and information!

Write to Dr. Ann Weiser, or to us here in Chicago.

b. Two transferences?

How is it even possible that the partnership pattern can work smoothly, considering transference, projections, and all the relational difficulties that develop so centrally in psychotherapy?

In my experience these happen as expected, but separately on each side, like two parallel therapies. Each has relational feelings going both ways. I am almost never tempted to mix these, and even when I am tempted, I don’t. Neither does my partner. Let me explain what I mean:

As listener I have various feelings in reaction to my partner. These belong to my relation with her as being listened to.I make very much the same decisions, as I do as a therapist, moment by moment, what and when to express some of my feelings. Exactly as when I am a therapist, I try to be whole and visible, but without taking up all the time. As in therapy, sometimes my client or partner senses my reactions and wants me to open these before her process can continue. All this is familiar from psychotherapy, and all of it belongs to her half of the time. Any feelings toward her or her process, that I have left from that will now wait till next time, exactly as my feelings from a client’s process.

Then, when my turn comes, immediately my own life, problems, and feelings are foremost. I put aside what I have left from her process, exactly as if I had just come from an hour with a client. I may have these feelings, but they are not my main life problem. But even if they were, I would not take them up under the aegis of being listened to. At most, if they stirred a really deep problem of mine, I might focus on that, and if I talk about it, it would be that deeper problem in me, not the relational part with her. That belongs to her time. And all the partners I have been with have acted in the same way in regard to our two time-halves.

This has developed quite naturally with us. I, at least, had not heard, or thought this in explicit terms before. It became clear to me only just now, while writing this paper.

I think it is related to the great difference between the two halves of the time. As the listener I am a large person. I can give my partner all the space. I can listen, respond if that is wanted, or feel close in long focusing silences. I can listen to even descriptions, and I can make tea. Her process does not trouble me, except at very rare instances. I certainly notice these when they do happen. But they belong to her half of the time. The two halves are very different. In her half I am usually the large free person who can listen.

As soon as it is my turn, I become quite a small person; my body scrunches up into one of my various problems. I may make a lot of ugly noises as I focus, until the tension eases as shifts come. Therefore I project certain negative feelings on my partner. I often feel that it must be hard for her to stand all my groaning, breathing, and other expressions. Then I have to look up and ask if it’s OK. It always is, as I can then plainly see. It is obvious that my process bothers her no more than hers bothers me. I have done this asking so often, that we both laugh when I do it – and yet I have to do it often. Then I can go back to my focusing. Or, I may gestalt some dream-figure, and ask if that is OK. Again we both laugh. Or, if I amsilent very long, Ifeel itmust be hard for my partner to sit there with nothing to do.

Yet, right after that, when it is her turn, I am instantly the large listener again.These two seem to remain separate.

And so also, I find that however deep and sunken she might have been during her turn, in mine she is right there for me. And, what seems even more surprising, I can see and feel that.

I am illustrating an observation that always surprises me. It seems that projection, transference, and counter-transference both come doubly in the partnership, in two clearly separated sets, so that each person feels quite free when it is the other person’s time.

For example, I seem to have difficulty when I am being blamed for something, and it is in my own opinion also really my fault. Usually this is when I missed our arranged time, or something of that sort. Then I get uncomfortable and I forget that even so, in my partner’s time we are concerned with her feeling about this, and only some of those about the present situation and what I did. When I remember that again, she can soon find the deeper side of what it means to her.

On the other hand, I have no difficulty with the fact that my partner discovers that she is mad at me because she is about to leave town (nor with every kind of relational feeling that comes up in her). But if I did, that would belong to her half of the time.

I have not heard many reports of problems with ongoing partnerships. But, since people have not been saying or writing much about the partnerships, naturally I wouldn’t hear of the troubles either. This article is in part a call to you to send us descriptions of your experiences.

To an old therapist it seems that all sorts of bad hassles must at times develop. Please let me hear of them and what you did about them. And, if you also find it largely trouble-free, I would surely like to know that too. Perhaps it means that partnerships are limited in the depth to which troubles can manifest and be worked out relationally. If we knew this better, we might then develop specific ways to do that. But, perhaps, to some extent, as I experience it, the inviolability of each person’s time makes for a separation that permits two transferences or projection-relations to exist side by side, along with a good, real relationship.

c. What about training?

We find that training is quite essential for focusing and listening, as it is also for other processes. But it doesn’t matter how one comes by that training. It is quite possible for a trained focuser or listener to train a partner, informally. In fact, informal training is one of the best kinds. There is no pretension and no pressure; one gives the other person what one knows, bit by bit, at appropriate times, as focusing and listening happen. I will say to a new trainee: “Now I need you to say back to me: ‘You feel unsure of what to do because …..'” With focusing it is even easier. We need only train people to keep their attention quietly on us. Then we can focus in our own time, and teach focusing in the other person’s half of the time. Training and experience are quite necessary.

Self-help processes are more specific, and more developed than professional training. At first that might seem odd. But a professional person is, in fact, defined more by the social role than by specific training. The qualifications insure that the professional is a responsible person. But the actual training varies greatly and can sometimes be quite round. It may cover a broader scope. In contrast, anything that can be taught to ordinary people has to be quite specific, so that it can be grasped and done exactly, step by step. We had to make focusing very specific for research purposes, and then we found that it needed to become even more specific to be teachable to ordinary people.

We find that the more a person knows and does focusing, the more do very specific questions arise, and the more is further training valued.

Training is indeed necessary, but quite possible within the partnership framework. If one person knows a skill, the other can be taught that skill. And, we must also arrange to make continuing training available.

d. Is it safe? Neither partner is an authority.

Can you really entrust yourself to someone who knows no more than you do, perhaps in fact far less?

Trust certainly does develop, but in a partnership you don’t entrust yourself to anyone. You stay in charge of you own life and your own process, of course.

After thirty-five years of practicing psychotherapy and often being in therapy, I am not certain whether it is ever right to entrust oneself to anyone. I am not even sure whether it is possible, or only an illusion. People can not really be displaced from the driver’s seat of their lives. As much as we might sometimes wish to say to someone: “Move over; I’ll show you” – or, as much as we might sometimes long to turn our life over to someone to drive – I don’t think it’s possible. But, certainly, it is possible to be in therapy with someone whom we trust in the sense that we would take very seriously anything that person said or advised. We would try it out many times, and then perhaps blame ourselves, if we couldn’t make it work. In that type of authority-relationship many clients do get help, but they can also get badly hurt, stopped, delayed for long years, or discouraged from help altogether.

Partnerships are much safer. Each person is well aware that the other is no authority. Anything stupid is easily recognized as such, and discarded. From a partner you will not put up with, for ten minutes, what many patients go through for years with credentialed psychotherapists.

Please don’t think that I am attacking psychotherapy. I practice it, and I have also been a client for long periods. I am only saying, as we all know, that the quality varies, and therefore the trust and the years people invest in an authority are not as safe as a partnership in which the other person is obviously not empowered to tell one what to do, or how to do it.

I should also report that for a great many years I have taught psychotherapy courses both to graduates and undergraduates. I always arrange for them to pair up for two hours a week in exactly the above partnership structure. Each individual writes me intimate process-notes each week. In this regard I report from much observation: Granted our undergraduates are very bright and self-selected for the course. Nevertheless it is always again surprising to me: After a few weeks their process notes sound very much like those of therapists. Nor has anything very bad ever happened. Long before it could, someone wants to change partners, and can, of course, do that.

e. Will it put therapists out of business?

Surely not. The more partnerships there are, the more will therapy be known about, and professional therapists needed. It will often happen that someone needs to go further and deeper than is possible with a partner. We don’t know as yet exactly, but there may be much that one can do only with a therapist, or with especially able people. At least there will be a need for able consultants, so that one or both partners have somewhere to go for more help. Knowing people are always in demand, and that demand will grow as more people have partnerships.

It is true, however, that when people get quite a lot for free, they are in a position to recognize whether the paid therapist provides more, or not. That is probably the most effective way to raise the quality of professional therapy. Public knowledge gotten from partnerships can insure exactly what the present credentialing procedures aim at, protecting the public by insuring quality.

f. Do I have what it takes to be someone’s partner?

Two things are required – but every human being has them. One requirement is the capacity to shut up – to keep quiet and to be unintrusive company. When the other person is talking, it means that we refrain from every urge to impose something on the person. It means letting go of our many excellent ideas, interpretations, suggestions, and our desire to give friendly reassurances, or to tell what we did in a similar situation. And – during those times when the other person is quiet, it means keeping our attention on the person without hearing anything interesting.

The second requirement is the company of a human being. You cannot fail to have this capacity, since you are a human being. It does not require a good human being, or a wise one, or any special quality. It does not require some special way of being or showing one’s humanness. Just you there.

But most people don’t know this!! They think they must provide something special, either some inner way of being they lack, or perhaps some especially insightful or helpful thing to say which they might fail to come up with. Neither of these things is required, fortunately! Who you are and what you say makes a minimal difference. But there are a number of very specific procedures which anyone can and needs to learn, because they make this kind of interaction possible. They are therefore very important. But if the other person knows one of them, then whether you do or not, you will help greatly by your being there. It is the human company which makes the difference and immensely deepens the process.

Knowing this is a very large fact! As a therapist, or on the helping side of a partnership, I sit down into this very large fact. I know that my company does not consist of my personal characteristics since they aren’t so great, and also, since in most hours even the good ones don’t help much. What helps? It is the process that arises from inside the person – from underneath that person’s conscious self. And all it needs is for me to sit down here? I know I can do that.

4. Theory: Human nature is interactional:

Sometimes something can be said best in terms of research. Here is a nearly perfect research design: The subjects first focus for 10 minutes alone, then – on the same problems – with a familiar partner who remains completely silent. However measured, the results will be significantly better with a partner. The design involves the same person with the same troubles at the same time, and without any verbal or behavioral difference – nothing added except the silent presence of the partner.

I have conducted this research hundreds of times with one subject – myself. I focus alone, if I have a chance to do so before meeting with my partner. Sometimes I then feel just fine from my own focusing, so that my time with my partner is quite free. But, very often I have instead a chance to carry out the above design. I see how much further I can very quickly go, in total silence, in the same spot, just because my partner is there.

This research design expresses a theoretical point: Human beings are inherently interactional. In an important way humans are ongoing interactional processes. We go on differently alone than in relation with various actually present people – even without anything visible or verbal.

You know this. For example, you are waiting alone at a bus stop. You are with yourself, in peace.Now someone comes and stands next to you. Your inner peace may be gone, although that person may neither say nor do anything.

Or, take the opposite case. You are lonely and feel strange. Finally, you decide to call a friend. Someone else answers and you wait for your friend to come to the phone. During that brief minute you already feel so much better– you don’t need to talk any more by the time your friend actually comes to the phone.

So the silent company of another person is no small thing. It changes one’s whole way of being – physically, I am quite sure. It shows that human beings are inherently, essentially interactional. When there is no other person, one’s whole interactional way of being gets stuck, becomes permanent, and seems to fall into oneself as if it were one’s individual traits.

These observations also show that the current notions about dependence and independence are mistaken. We are taught to be on our own, to try to do everything without needing anyone – private enterprise. But by nature not everything is possible that way. So we blame ourselves alone for not doing what cannot be done alone. But we ought not to delay for years what can happen only in interaction.

None of this detracts either from the value of focusing alone, or from our independence. Partnership is a further step. Why shall we stay limited when we can do so much more in partnership?

But, this point is crucial: The great effect of another person’s presence can be had in silence, or with however much or little content-sharing you want. The presence and attention of the other person makes the big difference, not the private content which you may or may not share in words.

5. Society and social institutions:

Why have an official partnership pattern?

Our familiar situations of love, work, and play are social patterns – social institutions. For example, some of these patterns are how we act at work, with family members, in a classroom, or going into a store. Our situations are highly patterned before we are born into them. Currently the old patterns don’t suffice, so it is true that we must constantly improvise as well. But we don’t have to invent the whole thing on the spot; we improvise these understood, socially instituted patterns – the familiar situations.

For example, friendship is a social institution. You don’t have to explain the reason why you meet and talk to those people – they are your friends. How you treat friends varies a lot, but it is a known pattern. If you violate it, the person may tell you: “That’s no way to treat a friend!”

For example, talking at great length about your personal problems is not appropriate with a friend, except at rare times. And certainly it isn’t appropriate to let your friend sit and wait in silence, for ten minutes or eventhree, while you focus! Our culture has friendship and parties for play space, and also patterns for love and for work. We don’t as yet have – but we are getting – social patterns for personal and interpersonal processes. Psychotherapy is one of these, and the partnership pattern is another.

With such a known and understood pattern, people can use it, who otherwise wouldn’t have the skill or energy to invent it. If we both know this pattern, one of us can invite the other. At this time the pattern is not yet widely enough known. Therefore people have to be told about it, before they can be invited. But, at least a pattern exists, and it can be told about.

I expect, in a decade or two, everyone will have a partner for personal processing. That is the only way our discovery of these processes can become available to everyone. And there are many signs, today, that these processes are wanted, and will become increasingly available.

Some twenty or thirty million people now belong to one or another of the networks which offer such processes. So far, these are sectarian: you can do only one particular process with the people there. Any other process must be done with others in another network. As you see, our partnership structure moves past this sectarianism.Paid therapy is structured on a model of scarcity. Only some people can get the training; others cannot. Only some people have the money to pay; others do not. In contrast, partnership is inherently without scarcity: Anyone can be a partner. Anyone can get a partner. The basic “commodity” is the inter-human attention, something each of us has and can give.

A society without real or artificial scarcity may be a long time away, but that is no reason against new forms. Throughout history new forms have existed within societies whose overall organization was in older forms. For example, city people partially freed themselves quite early from the surrounding feudal structure – and then struggled and coexisted with it for centuries. The partnership model can be adopted by all who wish, and adapted by and for any people.

There is no reason to leave the processes of inter-human attention packaged, as they have been, within the scarcity model.

References:

(1) Gendlin, E.T., Focusing Bantam Books, N.Y.: 1981.

“The Politics of Giving Therapy Away” In Larson, D., Ed., Teaching Psychological Skills. Brooks/Cole, Monterey: 1984. An early draft appeared in: Focusing Folio Vol. 1, Issue #4, 1981.

©Eugene T. Gendlin

Note to Readers:

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    • Biographic Note: Eugene T. Gendlin is a seminal American philosopher and psychologist. He received his Ph.D. in philosophy from the University of Chicago and taught there from 1963 to 1995. His philosophical work is concerned especially with the relationship between logic and implicit intricacy. Philosophy books include Experiencing and the Creation of Meaning, Language Beyond Post-Modernism: Saying and Thinking in Gendlin’s Philosophy edited by David Michael Levin, (fourteen commentaries and Gendlin’s replies), and A Process Model. There is a world wide network of applications and practices (http://previous.focusing.org) stemming from this philosophy. Gendlin has been honored three times by the American Psychological Association for his development of Experiential Psychotherapy. He was a founder and editor for many years of the Association’s Clinical Division Journal, Psychotherapy: Theory, Research and Practice. His book Focusing has sold over half a million copies and has appeared in seventeen languages. His psychology-related books are Let Your Body Interpret Your Dreams and Focusing-Oriented Psychotherapy.
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Roberto Tecchio

Mi piace condividere saperi che permettono a persone e gruppi di esprimere le loro potenzialità, di apprendere da errori e fallimenti, così come da soddisfazioni e successi. Sono un formatore professionista certificato dall'International Focusing Institute di New York, collaboro con enti pubblici e organizzazioni non profit, insegno il Focusing a privati e professionisti che operano nel campo della salute, del benessere, dell'educazione, del volontariato, e impiego questa meravigliosa conoscenza anche in diverse forme di relazione d'aiuto orientate al benessere e all'empowerment individuale, di gruppo e organizzativo.
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