In questa scheda presento una sintesi teorico-pratica di come attuo e insegno l’Ascolto Esperienziale tra pari. Le fonti cui ho attinto negli anni sono tante e in questa sede mi riferisco (e cito) soprattutto ai lavori di Eugene Gendlin, Ann Weiser Cornell e Barbara McGavin, Neil Friedman.
L’ASCOLTO ESPERIENZIALE
Che cos’è
Il processo di Focusing consiste nell’instaurare un particolare rapporto col Felt Sense (e necessariamente anche con ‘parti’ di sé o altri ‘contenuti’ presenti nel campo della consapevolezza), fondato su alcune innate qualità umane. Siccome il Focusing ha le radici nell’Approccio Centrato sulla Persona, tali qualità, ampiamente studiate sul piano clinico, sono espresse nei termini di accettazione o riconoscimento positivo incondizionato, empatia e congruenza o autenticità. L’insieme di queste tre qualità, che presuppongono tutte il non-giudizio (o quantomeno una sospensione del giudizio), dà letteralmente corpo a quello che nel Focusing viene chiamato atteggiamento o disposizione interiore di Focusing, o anche semplicemente Presenza.
Dal punto di vista metodologico, l’AE è quella particolare forma di ascolto attivo che traduce in comportamenti congruenti le qualità della Presenza, sia quando si focalizza (AE verso sé stessi), sia quando si accompagna una partner che focalizza (AE tra pari).1
L’AE che si esercita verso sé stessi quando si focalizza è diverso da quello che si pratica quando si accompagna: quando focalizziamo siamo sempre noi a guidare il nostro processo, mentre quando accompagniamo è sempre la partner che guida il proprio processo. Perciò nel primo caso si attua un AE molto più attivo ed esplorativo rispetto a quando si accompagna.
Quando si parla di AE s’intende quello che si esercita quando si accompagna, perché quello che si pratica verso sé stessi si chiama semplicemente Focusing. Un altro modo di chiamare l’AE è Ascolto tra Pari.
La pratica dell’Ascolto Esperienziale
Ci sono tanti modi di focalizzare e tanti di ascoltare una partner che focalizza. In questa scheda presento una sintesi teorico-pratica di come attuo e insegno questa raffinata e potente forma di ascolto. Le fonti cui ho attinto negli anni sono molte e in questa sede mi ispiro soprattutto ai lavori di Gendlin, Weiser e McGavin, Friedman.
C’è uno schema che riassume bene la pratica dell’AE:

Alla base c’è la Presenza, che non è una tecnica, ma uno stato del sé o dell’essere caratterizzato dalle suddette qualità. Poi ci sono le tecniche o modalità di intervento attivo, ovvero i Rispecchiamenti semplici, le Riformulazioni, che sono dei rispecchiamenti formulati col potente Linguaggio della Disidentificazione, e infine i Suggerimenti.
Le tre aree del triangolo mostrano come tutto poggi sulla Presenza. Meno si è Presenti e meno gli interventi attivi saranno potenzialmente utili a chi focalizza (anche se non saranno mai dannosi, tutt’al più fastidiosi, perché la natura del ‘setting’ dello Scambio alla Pari neutralizza facilmente effetti negativi di qualsiasi genere – vedi Gendlin); ma soprattutto, meno si è Presenti e meno ci si nutre e arricchisce della magica esperienza dell’accompagnamento, qualcosa che non assomiglia a nessun’altra forma di relazione umana. Insomma, comprendere ed esercitare bene l’AE fa anzitutto molto bene a chi accompagna.
Entriamo nelle tre sezioni del triangolo dell’AE.
La base del triangolo: Essere Presenti
Durante lo scambio alla pari l’AE si realizza anzitutto e continuativamente nel silenzio della Presenza. Gendlin riassume con queste illuminanti parole il fondamento dell’AE (per l’articolo completo vedi Gendlin):
<<Ho quello che serve per poter accompagnare una partner che focalizza? Sono necessarie due cose – ma ogni essere umano le ha. Uno dei requisiti è la capacità di tacere – di stare zitto e di essere una compagnia non invadente. Ciò significa che quando l’altro sta parlando noi ci asteniamo da ogni impulso ad imporgli qualcosa. Significa lasciare andare le nostre eccellenti idee, interpretazioni, consigli, il nostro desiderio di offrire rassicurazioni amichevoli o di raccontare quello che abbiamo fatto in una situazione simile. E in quei momenti in cui l’altra persona è tranquilla, significa mantenere la nostra attenzione su di lei mentre non accade nulla di interessante.
Il secondo requisito è la compagnia di un essere umano. Non si può fare a meno di avere questa capacità, poiché si è un essere umano. Non richiede di essere una brava persona o l’essere saggi o il possedere qualità speciali. Non richiede un modo speciale di essere o di mostrare la propria umanità. Semplicemente voi, lì.
Ma la maggior parte delle persone non lo sa! Pensano di dover fare qualcosa di speciale o di essere interiormente mancanti di qualcosa o di di non riuscire a trovare qualcosa di particolarmente perspicace o utile da dire. Nessuna di queste cose è necessaria, per fortuna! Chi sei e cosa dici fa una differenza minima. È la compagnia umana che fa la differenza e approfondisce immensamente il processo.
Sapere questo è un fatto grandioso! Come terapeuta o come partner di Focusing mi baso su questo fatto grandioso. So che la mia compagnia non consiste nelle mie caratteristiche personali, perché non sono così speciali; inoltre per la maggior parte del tempo anche le buone caratteristiche che ho non aiutano tanto. Cosa aiuta? È il processo che nasce dall’interno della persona – da sotto il suo sé cosciente.>>
La Presenza non è qualcosa che c’è o non c’è, ma piuttosto uno stato di consapevolezza che si muove lungo un continuum che va dall’assenza totale (forme di forte dissociazione), a picchi di esperienza dal sapore indubitabilmente spirituale. Per focalizzare e accompagnare non serve avere la Presenza di un Buddha, basta accedere ad un ‘sufficiente’ grado di Presenza, quanto serve per consentire al processo di fluire secondo la sua natura creativa (quando si focalizza) e per restare ben connessi con l’esperienza in corso della partner (quando si accompagna).
La Presenza è dunque il frutto di un ‘fare all’interno’, il prodotto di un certo tipo di interazione con sé stessi, non un fare verso l’esterno. A tal fine ci sono innumerevoli tecniche o modi per attivare lo stato di Presenza quando si accompagna, esattamente come quando si focalizza (il primo passo di Focusing ha come principale obiettivo fondare un ‘sufficiente’ stato di Presenza per poter incontrare e conoscere parti di sé con le quali si ha, abitualmente, un rapporto negativo, disfunzionale).
Entriamoci esperienzialmente: tu cosa fai dentro di te nei primi istanti in cui la partner inizia a focalizzare? E poi mentre ascolti cosa fai dentro di te se, nonostante la tua buona intenzione di essere presente, hai pensieri e sentimenti che ti distraggono (in fondo non si sa mai in che stato psicofisico si arriverà all’appuntamento dello scambio alla pari), o ti annoi o ti viene sonnolenza? Cosa fai dentro di te se vedi la partner bloccata, in difficoltà, o se ti sembra che non stia affatto focalizzando?
Quante cose accadono in noi mentre l’altro focalizza! Ebbene, tutto quel fare dentro di sé per cercare di seguire meglio che si può il processo della partner, un agire interiore di cui si è solitamente ben poco consavoli, riguarda esattamente il modo in cui attiviamo e sosteniamo il nostro stato di Presenza quando accompagniamo.
In pratica: nella fase iniziale dell’AE si può fare qualcosa di simile al primo passo di Focusing, come mostra Neil Friedman nel suo bel testo sull’AE, quanto basta per trovare una sufficiente centratura – o una ‘radicata consapevole presenza’ per dirla alla David Rome (vedi suo eccellente libro “La risposta è nel corpo”). A tal fine io attuo (e consiglio di provare) uno o due rapidi ‘passi’ per attivare e poi sostenere la Presenza quando è il mio turno di accompagnare:
I) dopo gli accordi iniziali con la partner che focalizza (vedi Linee Guida), nel momento in cui chiude gli occhi io pronuncio mentalmente: “Sono proprio contento di poter accompagnare (nome di chi ho di fronte)!”; quindi ascolto la risposta corporea alla mia amichevole provocazione (nel simpatico stile gendliniano): di solito è una risposta largamente affermativa, ma se non lo fosse, procedo col secondo passo;
II) immagino di distanziarmi e tenere affettuosamente vicino a me (magari su un bel comodo cuscino), nello spazio alla mia destra tutti quei pensieri ed energie legate a quanto accaduto nella giornata e/o all’eventuale onda emotiva provocata dalla mia focalizzazione nel caso avessi iniziato per primo il turno dello scambio, mentre nello spazio alla mia sinistra tengo la parte di me desiderosa di aiutare l’altro con tutte quelle cose straordinariamente utili e buone che conosce (una essenziale parte di me, che quando però prende il sopravvento influisce negativamente sulla Presenza e sulla mia vita in generale).
Questi due atti interiori mi permettono di sentirmi (in) uno spazio grande, in cui c’è felicemente posto per l’altro ‘così com’è e per come sarà’, integralmente, incondizionatamente. Richiedono un minuto o due al massimo e li eseguo nel momento in cui chi focalizza ha chiuso gli occhi e sta attuando il primo passo di focusing – in cui il silenzio è d’oro.
Il centro del triangolo dell’AE: Rispecchiamenti e Riformulazioni
Poggiando sullo stato di Presenza, l’AE si esercita attivamente soprattutto mediante i Rispecchiamenti e le Riformulazioni.
Il Rispecchiamento consiste nel rimandare verbalmente le simbolizzazioni chiave e anche il non verbale espresso da gesti e posture, che chi ascolta ‘riconosce’ come elementi significativi ai fini del processo di Focusing. Si tratta di una sensibilità (cosa rispecchiare) e di una capacità (quando e come) che si sviluppano necessariamente col tempo.
Il Rispecchiamento viene facilmente mal compreso e banalizzato (alcuni lo chiamano ‘effetto pappagallo’, e lo vivono effettivamente come tale sia quando accompagnano che quando focalizzano), finché col tempo non se ne afferra la grande utilità, specialmente in certi casi (su questo raccomando l’articolo di Ann Weiser Cornell ‘Il Potere dell’Ascolto’).
Scopo del Rispecchiamento è offrire alla partner che focalizza la possibilità di:
a) rallentare il ritmo della parola per inserire pause di silenzio durante le quali poter cogliere la sottile risposta corporea connessa a quanto ha appena detto (cioè attuare la ‘risonanza’), specialmente quando il ritmo della parola è veloce e non dà tempo al Felt Sense di formarsi e più in generale al corpo di rispondere;
b) poter eseguire il quarto fondamentale passo del modello Gendlin, cioè il risuonare;
c) verificare internamente come si sta sviluppando il processo di Focusing e dunque quale atto interiore sarebbe opportuno eseguire o sostenere in quel momento;
d) sentire tangibilmente la presenza fisica della partner che accompagna (di norma gli scambi avvengono online e la linea può cadere), nonché la qualità della sua Presenza percepibile dal modo in cui essa rispecchia.
La Riformulazione è una speciale forma di Rispecchiamento basato sul Linguaggio della Disidentificazione. In questo caso le simbolizzazioni significative comunicate da chi focalizza (parole, frasi, il paraverbale e non verbale) non vengono rispecchiate fedelmente da chi ascolta, ma appunto rimandate in una forma che invita alla disidentificazione mediante l’aggiunta di brevi frasi iniziali del tipo: “qualcosa in te si sente…” o “stai sentendo una parte di te che… ” (ce ne sono varie di queste frasi e con l’esperienza ognuno modella le proprie). Per esempio, se chi focalizza dicesse “mi sento teso, quella situazione mi spaventa…”, la partner che accompagna potrebbe Riformulare con “pensando a quella situazione cogli nel corpo una tensione, stai sentendo una parte di te che è spaventata…”.
Le Riformulazioni sostanziano quello che nel Focusing si chiama Linguaggio della Disidentificazione o della Presenza (o anche Linguaggio delle Parti), che rappresenta nelle sue molteplici sfumature la principale tecnica del Focusing (per approfondire leggi il mio articolo “Linguaggio della disidentificazione e Presenza”).
Scopo della Riformulazione è offrire a chi focalizza la possibilità di:
a) riconoscere l’eventuale identificazione o forte inclinazione/alleanza con una parte di sé reattiva, quindi riconoscere la presenza due o più parti e distanziarsi da esse;
b) a partire dal suddetto riconoscimento/distanziamento poter tornare in uno stato di ‘sufficiente’ Presenza (il fine della disidentificazione è accrescere la Presenza).
Le Riformulazioni contengono un ‘di più’ di consapevolezza rispetto a quanto la focuser sta cogliendo del proprio processo di focalizzazione. Logicamente, come in tutte le altre forme di ascolto attivo empatico, ciò che viene rimandato si fonda su ipotesi della partner che accompagna, poiché quel ‘di più’ è qualcosa che sta riconoscendo chi ascolta e dunque potrebbe anche essere sbagliato.
In pratica le Riformulazioni sono una forma molto raffinata di Suggerimento: è come se comunicassero a chi sta focalizzando un messaggio-invito del tipo “io ora sto cogliendo questi aspetti del tuo processo, che forse tu non cogli; non serve che mi rispondi, se vuoi ne tieni conto e poi, comunque sia, procederai come meglio credi, io ti seguo a prescindere…”
Rispecchiamenti e Riformulazioni possono essere di grande aiuto, ma potenzialmente anche fastidiosi per chi focalizza, che perciò potrebbe chiedere di evitarli. Di solito questi interveniti sono apprezzati, specialmente le Riformulazioni, perché possono servire anche quando sono sbagliati: chi focalizza, proprio nell’atto di correggere quello che ha ascoltato può accrescere la consapevolezza della propria esperienza in corso.
Sul piano pratico Rispecchiamenti e Riformulazioni sono di norma interventi molto brevi, essenziali – come del resto tutti gli interventi che sostanziano l’AE.
La punta del triangolo: Suggerire
Tramite i Suggerimenti si indica a chi focalizza quale atto interiore o passo di focusing potrebbe eseguire, se vuole, in quel particolare frangente del processo.
Si tratta di interventi che, in base al sentire e all’esperienza di chi accompagna, presuppongono di sapere (meglio di chi sta focalizzando) cosa sarebbe utile fare in certi momenti o fasi del processo. Possono essere dunque assai utili, ma anche potenzialmente invadenti poiché tendono a orientare il processo di chi focalizza (e il primo principio dello scambio alla pari ci ricorda che “chi focalizza è responsabile e guida del proprio processo”). Per questa ragione nell’AE l’atto del Suggerire può essere concepito, come nota Ann, un ‘ricordare’ a chi focalizza quegli atti interiori che in effetti già conosce, ma che per qualche ragione non sta eseguendo.
In pratica i Suggerimenti si offrono a condizione che, come e più di ogni altro intervento attivo di AE, siano stati esplicitamente chiesti da chi focalizza (vedi Linee Guida). E anche quando chi focalizza lascia la libertà, è bene portarli con parsimonia (non a caso l’area del triangolo che li contempla è molto piccola), nonché prestare attenzione al modo in cui si comunicano. In proposito Ann e Barbara consigliano di comunicarli come inviti discreti, evitando la forma interrogativa affinché chi focalizza non si senta tenuto a rispondere e abbia la massima libertà di ignorare il Suggerimento.
I Suggerimenti sono tipici delle fasi di apprendimento del Focusing e può essere vantaggioso sperimentarli negli scambi alla pari tra partners in formazione (vedi gli esempi in fondo). Di solito sono assenti negli scambi tra coloro che hanno buona dimestichezza col processo, però possono brillantemente tornare nelle forme avanzate o sperimentali di Partnerships.
La Partnership di Focusing
La partnership è una forma di relazione umana lontana anni luce da quelle cui si è abituati in famiglia, a scuola, nel lavoro e nella società in generale, una forma di relazione umana tanto intima e profonda quanto discreta e rispettosa, tanto semplice ed essenziale quanto rivoluzionaria (vedi “Lo Scambio alla Pari: una relazione essenziale”).
Nella cornice di mutuo apprendimento, tipica degli scambi alla pari tra focusers in formazione, io raccomando di sperimentare largamente le Riformulazioni e anche di provare i Suggerimenti, poiché per offrire buone Riformulazioni e validi Suggerimenti bisogna saper cogliere in quale fase del processo si trova la partner, e allenare la sensibilità verso il processo dell’altro accresce la sensibilità verso il proprio.
La paura di provocare con interventi ‘sbagliati’ chissà quali problemi a chi focalizza può essere assai ridimensionata ricordando la natura autostabilizzante del setting dello Scambio alla Pari. Certo, Rispecchiamenti, Riformulazioni e Suggerimenti fuori luogo o non in sintonia possono in varia misura disturbare chi sta focalizzando, ma in genere si apprende presto a restare in silenzio e connessi col focuser quando si è nel ruolo di chi accompagna, e a lasciar correre gli interventi ‘sbagliati’ quando si è nel ruolo di chi focalizza.
Esempi di Suggerimenti
(Da sperimentare preferibilmente nel contesto dello Scambio alla Pari tra focusers in formazione)
La lista dei Suggerimenti è senza fine perché si sviluppa con la pratica stessa del Focusing, che è una naturale fucina creativa. Quelli che seguono sono alcuni semplici esempi di Suggerimenti che ricordano a chi sta focalizzando quale dei “sei passi di Gendlin” potrebbe eseguire in quel frangente. Notare come gli inviti non siano mai formulati col punto di domanda.
1) Suggerimenti per favorire il primo passo, ovvero l’entrata nel processo di Focusing (‘Liberare lo Spazio’ e radicarsi nella Presenza), e anche il mantenimento/ritorno allo stato di Presenza durante il processo
Potresti provare a salutare quella sensazione con un ciao… (il ‘saluto’, nelle sue molteplici forme e sfumature, è una tecnica molto potente se ben compresa ed eseguita per attivare la Presenza)
2) Per favorire l’emersione del Felt Sense (del problema o della situazione o del tema) e l’ancoraggio al corpo, al ‘sentire’
Potresti provare a fermarti per sentire meglio nel corpo gli effetti di quello che hai appena detto…
Ora potresti fermarti per lasciar emergere il Felt Sense dell’intera situazione che hai descritto…
3 e 4) Per favorire sia il passo della simbolizzazione che della risonanza
Forse ora potresti ripetere quello che hai appena detto per sentire se le parole colgono bene la qualità del Felt Sense… (o del vissuto… o del tipo di energia di una ‘parte’…)
Forse ora potresti fermarti per ascoltare in silenzio la risposta del corpo alle tue parole/simboli…
5) Per favorire l’approfondimento mediante delle domande
Forse questo potrebbe essere un buon momento per offrire una domanda a ciò con cui sei in contatto… (ricordarsi che per favorire la risposta del corpo a una domanda esplorativa è necessario aver prima stabilito un minimo di buon rapporto col vissuto/sensazione/parte)… per esempio potresti domandarle “come vorrebbe che tu stessi con lei in questo momento… che cos’è che le fa più male in quella situazione… come sarebbe se le cose andassero a posto… che cosa teme/vuole…”
6) Per favorire la chiusura del processo
Ora manca poco al termine della sessione, quindi potresti prenderti un po’ di tempo per… ripercorrere i diversi momenti del processo e rimarcare ciò che di significativo è emerso… per apprezzare/ringraziare quanto si è manifestato…
1 Nel testo impiego la forma al femminile ‘una partner’ che comprende il maschile ‘un partner’, infrangendo di proposito la regola della lingua italiana che impone il contrario – è il mio modo di provare a rispettare o riequilibrare almeno un po’ nel linguaggio la differenza/parità di genere.
