Disidentificazione e Presenza nel Focusing

il linguaggio come tecnica

 

Breve saggio sull’importanza del Linguaggio della Disidentificazione nella pratica e nell’insegnamento del Focusing

 

“Focusing is this very deliberate thing where an ‘I’ is attending to an ‘it’.” (Eugene Gendlin)

https://www.focusing.org/gendlin/docs/gol_2110.html

“We disidentify in order to do focusing.” (Ann Weiser Cornell)

https://www.youtube.com/watch?v=OneAMgMsXVA

 

1. Il processo di disidentificazione, come dichiara Ann, è alla base del Focusing. Tutti i focusers impiegano modalità di vario tipo per favorire il processo di disidentificazione affinché, come afferma Eugene, ci possa essere un ‘Io’ che si intrattiene con un ‘esso’. Queste modalità si attuano tutte mediante forme di linguaggio che nell’insieme configurano una fondamentale tecnica di Focusing, chiamata da alcuni ‘Linguaggio della Disidentificazione’ (LD).

2. Analizzando i testi dove Gendlin spiega cos’è il Focusing, o nelle dimostrazioni in cui accompagna qualcuno, emerge il costante uso di espressioni che puntano a favorire nel soggetto accompagnato da un lato la disidentificazione da un ‘qualcosa’ somaticamente percepito (vissuti, sensazioni fisiche, il felt sense ovviamente, o addirittura sé stessi nella propria totalità), e dall’altro lo stabilire con quel ‘qualcosa’ uno speciale rapporto di empatica amicizia, di accoglienza non giudicante.

Per esempio, riferendosi al primo passo di focusing <<In questo movimento dovete sorridere a voi stessi, dovete tendervi una mano: “Ciao”, dovete dirvi, “come ti senti in questo momento?”>> (Gendlin, pag 93 del manuale). Oppure, parlando in termini di ‘parti’, scrive Eugene, è possibile empatizzare con la ‘cosa’ sentita dall’interno, coglierne il significato, comprenderne gli intenti positivi, la bontà (qui sto riassumendo una frase a pag. 45 del testo Il Focusing in psicoterapia – FP). Gendlin è molto interessato a questo aspetto del processo: “Ci interessa sapere cosa dobbiamo fare, esattamente, per permettere un passo come questo. … La cliente si è permessa di sentire direttamente la ‘cosa’ che bloccava dall’interno. La mossa cruciale è stata darle spazio, lasciarla parlare e muovere. Il mio approccio è ‘dare la parola all’opposizione’. Potrà sembrare strano attribuire parola e movimento a ‘qualcosa’. Magari, preferite dirlo in un altro modo. L’importante è che capiate a cosa mi riferisco esattamente.” (FP pag. 47).

3. Gendlin non ha dato un nome a questa forma d’intervento, a questa tecnica, l’ha semplicemente impiegata. Per quanto ne so, sono state Ann W. Cornell e Barbara McGavin a darle un nome, anche se al posto di LD loro di norma usano ‘Linguaggio della Presenza’, perché il concetto di Presenza è il cuore del loro approccio Inner Relationship Focusing. Io preferisco LD perché per i neofiti è più comprensibile di quello di Presenza, e inoltre la disidentificazione pare essere un concetto ponte nell’incontro tra pratiche meditative orientali e psicologia occidentale.

4. Dunque il LD, nelle sue molteplici varianti, è una tecnica indispensabile nel Focusing. O meglio, è semplicemente inevitabile. È ciò che in pratica facciamo ogni volta che invitiamo noi stessi quando focalizziamo (o qualcun altro quando accompagniamo o insegniamo) a ‘riconoscere ed accogliere ciò che c’è così come è’. Quest’ultima espressione, tipica della Mindfulness, permea ogni passo del processo di Focusing nei vari modelli o stili con cui viene praticato e insegnato (sulle differenze tra alcuni modelli segnalo il lavoro di Angela Hicks http://www.focusing.org.uk/wp-content/uploads/2016/01/focusing_styles.pdf, che analizza tra gli altri l’approccio Wholebody Focusing, e quello di Robert Lee, il quale a sua volta rimarca le differenze con quello di Ann e Barbara https://focusingnow.com/colliding-styles-focusing/).

5. In effetti il fine della disidentificazione è favorire la connessione con la Presenza, cioè una sana consapevole identificazione con la ‘parte di noi’ in grado di riconoscere senza giudicare e di accogliere sinceramente il felt sense o il vissuto presente. A questa misteriosa ‘parte di noi’ le diverse culture e approcci psicologici danno nomi diversi (tramite metafore o similitudini), ma le sue qualità incondizionatamente non giudicanti ed empaticamente  accoglienti sembrano essere universali. Ann e Barbara la chiamano Sè-in-Presenza. Io ho dato a questa ‘parte’ una forma mia, che trovi descritta nell’area Inside/Out. Tu nella tua mappa interna come la chiami?

C’è da dire che una volta disidentificati è possibile e a volte necessario nel processo di focalizzazione tornare ad identificarsi consapevolmente con le diverse parti di noi al fine di poterle sentire meglio, lasciarle esprimere liberamente, pienamente. In questi casi si torna ad impiegare la normale forma in prima persona (“non ne posso più di questa situazione, mi sta uccidendo, prenderei a picconate tutto…”). A questa operazione segue sempre una nuova disidentificazione per potersi riconnettere col Sè-in-Presenza.

6. Il LD implica una similitudine riassumibile con ‘il felt sense è come una persona’. Questa similitudine rimanda ad un’altra che io chiamo Inside/Out (“come fuori così dentro, come dentro così fuori”). Queste similitudini diventano a volte metafore concettuali e in quanto tali influenzano profondamente e in parte inconsapevolmente il modo di praticare e di insegnare il Focusing (per dare un’idea di cos’è una metafora concettuale e quanto essa influenzi la comprensione della realtà, vedi in fondo l’estratto da “Metafora e vita quotidiana”).

In FP , Eugene scrive <<[Nel mio lavoro…] Io mi rapporto a quella che definisco ‘la persona là dentro’>>; a ancora <<Il quadro di riferimento interattivo in cui colloco il mio lavoro di terapeuta consiste nel non mettere niente in mezzo, e intrattenermi con la persona lì dentro.>> (pagg. 317 e 318). In queste frasi, come nel famoso articolo “Il cliente del cliente”,  il concetto metaforico Inside/Out si manifesta chiaramente.

7. È ovvio che in noi ‘ciò’ che accoglie e ‘ciò’ che viene accolto siamo sempre ‘noi’ – e avere la chiara percezione di questa unità fa la differenza tra salute e malattia mentale. Però, a parte il fatto che definire quel ‘noi’ è un’impresa senza fine, è esperienzialmente evidente che quell’artificio linguistico produce un’effettiva disidentificazione permettendo di rapportarsi in maniera non reattiva a ‘qualcosa’ in noi.

8. Che poi a quel ‘qualcosa’ venga data una certa forma (come avviene in Treasure Maps to the Soul elaborato da Ann e Barbara, o nell’Internal Family Sistem, o nel Voice Dialogue), o che invece resti volutamente senza forma chiamandolo genericamente ‘qualcosa’ come di solito fa Gendlin (naturalmente anche questa è una metafora, del tipo Inside/Out, ma anche lui non di rado si rivolge al ‘qualcosa’ trattandolo esplicitamente, a seconda dei casi, come fosse un bambino, un adulto, un genitore, o addirittura un petulante parente anziano arteriosclerotico, come suggerisce di fare per gestire gli attacchi del super io – vedi FP pag. 284), è sì una questione molto importante sotto vari aspetti (perché la tecnica adoperata influenza sempre il processo di focalizzazione), tuttavia il fondamento rimane ‘come ci si rapporta a quello che c’è’. Perché è quel modo speciale di rapportarsi che provoca il cambiamento, che muove verso la misteriosa tendenza attualizzante, verso il “carriyng forward life and thouth” come amava dire Gendlin. Dopodiché, tra tutti i contenuti mentali e le rispettive versioni corporee, puntare al Felt Sense sembra la via più promettente ai fini del cambiamento.

9. I concetti metaforici strutturano il modo in cui vediamo la realtà e ci rapportiamo-reagiamo ad essa. Ora, se noi ci rapportiamo al felt sense (o al vissuto o al corpo in genere) come se fosse una persona o una creatura vivente degna di sincero rispetto e fiducia, di positivo e incondizionato apprezzamento a prescindere dalla sua forma o dal suo carattere, che cosa stiamo ‘costruendo’ al nostro interno? Quali effetti ha nel sociale che abitiamo la forma di relazione che coltiviamo nel mondo-comunità-famiglia interiore che ci abita? Questo ha che fare con le rivoluzionarie ricadute sociali e politiche del Focusing, che per me sono pari a quelle già descritte tanti anni fa da Carl Rogers nel suo “Un modo di essere” e “Potere personale”?

10. Quando pratichiamo il Focusing, e specialmente quando ne parliamo o lo insegniamo, non possiamo prescindere dall’uso di concetti metaforici. Noi comunichiamo implicitamente agli altri le mappe (a proposito di metafore) che impieghiamo per orientarci nel mondo dell’esperienza (sta accadendo in questo momento, in queste righe). Confondere le mappe col territorio che si vuole descrivere sappiamo che è facilissimo e non è innocente – la tendenza ad imporre agli altri i nostri schemi, valori, visioni, sogni, opinioni è radicatissima. Perciò confrontare le metafore-mappe che impieghiamo come focusers e trainers al fine di divenirne più consapevoli mi sembra un bel gioco da giocare insieme…

 

ALLEGATO

(Brano tratto dal primo capitolo “Metafora e vita quotidiana”, di G. Lakoff e M. Johnson, ed. Bompiani)

La metafora è da molti considerata come uno strumento dell’immaginazione poetica, un artificio retorico…. Per questa ragione molti pensano di poter fare benissimo a meno della metafora. Noi abbiamo invece trovato che la metafora è diffusa ovunque nel linguaggio quotidiano, e non solo nel linguaggio, ma anche nel pensiero e nell’azione: il nostro comune sistema concettuale, in base al quale pensiamo e agiamo, è essenzialmente di natura metaforica.

I concetti che regolano il nostro pensiero non riguardano solo il nostro intelletto, ma regolano anche le nostre attività quotidiane, fino nei minimi particolari; essi strutturano ciò che noi percepiamo, il modo in cui ci muoviamo nel mondo e in cui ci rapportiamo agli altri.

Per dare un’idea di che cosa significa dire che un concetto è metaforico, e che esso struttura una nostra attività quotidiana, consideriamo l’esempio del concetto “discussione” e della metafora concettuale LA DISCUSSIONE E’ UNA GUERRA. Questa metafora è riflessa in una grande varietà di espressioni presenti nel nostro linguaggio quotidiano:

  • le tue richieste sono indifendibili

  • egli ha attaccato ogni punto debole della mia argomentazione

  • le sue critiche hanno colpito nel segno

  • se usi questa strategia, lui ti fa fuori in un minuto

  • ha distrutto tutti i miei argomenti

Ciò che è importante sottolineare è che noi non soltanto parliamo delle discussioni in termini di guerra, ma effettivamente vinciamo o perdiamo nelle discussioni: noi vediamo la persona con cui stiamo discutendo come un nemico, attacchiamo le sue posizioni e difendiamo le nostre, guadagniamo o perdiamo terreno, facciamo piani e usiamo strategie… In questo senso la metafora “la discussione è una guerra” è una di quelle metafore con cui viviamo in questa cultura: essa struttura le azioni che noi compiamo quando discutiamo.

L’essenza della metafora è comprendere e vivere un tipo di cosa in termini di un altro. Le discussioni non sono sottospecie di guerre. Le discussioni e le guerre sono cose diverse… Ma una discussione è parzialmente strutturata, compresa, eseguita e definita in termini di guerra.

Inoltre questo è il modo consueto di avere una discussione e di parlarne: normalmente, se parliamo di attaccare la posizione di un altro usiamo precisamente le parole “attaccare la posizione”. Il nostro modo convenzionale di parlare delle discussioni presuppone una metafora di cui non siamo quasi mai consapevoli; tale metafora non è soltanto nelle parole che usiamo, ma nel concetto stesso di discussione. Il linguaggio con cui definiamo la discussione non è né poetico, né fantasioso, né retorico; è letterale: ne parliamo in quel modo perché la concepiamo in quel modo, e ci comportiamo secondo le concezioni che abbiamo delle cose.

Provate a immaginare una cultura in cui le discussioni non siano viste in termini di guerra, dove nessuno vinca o perda, dove non ci sia il senso di attaccare o difendere… Una cultura in cui una discussione è vista come una danza, i partecipanti come attori, e lo scopo è una rappresentazione equilibrata ed esteticamente piacevole. In una tale cultura la gente vedrà le discussioni in modo diverso, le vivrà in modo diverso, le condurrà in modo diverso e ne parlerà in modo diverso… Forse il modo più neutro per descrivere questa differenza fra la nostra cultura e la loro, sarebbe il dire che noi abbiamo una forma di discorso strutturata in termini di combattimento mentre loro ne hanno una strutturata in termini di danza.

Chiudi il menu