Il Cliente del Cliente: il margine della consapevolezza. Di Eugene Gendlin


In questo famoso articolo, originariamente pubblicato sulla rivista Client-centered therapy and the person-centered approach, che ancora oggi ispira chi si occupa di psicoterapia e relazione di aiuto, Gendlin analizza il lato del cliente e mostra con esempi pratici a cosa ‘precisamente’ bisogna prestare attenzione per favorire il cambiamento.

Il testo originale si trova qui: https://focusing.org/gendlin/docs/gol_2149.html

La traduzione è curata da me con l’aiuto dell’AI.

Il Cliente del Cliente: il margine della consapevolezza


Nell’ultimo decennio abbiamo imparato molto sul versante del cliente nel processo terapeutico. Abbiamo sviluppato una conoscenza e una pratica molto specifica, chiamata Focusing. Negli ultimi anni ci sono stati molti nuovi sviluppi.

La teoria e la specificità esperienziale possono sembrare distanti tra loro. Non è così! La teoria più fondamentale e il dettaglio esperienziale più specifico traggono linfa l’uno dall’altro.

Presenterò alcuni nuovi dettagli esperienziali (Sezione I) e in seguito li utilizzerò in una breve esposizione teorica (Sezione II).


SEZIONE I

Cos’è esattamente ciò da cui provengono i passi di cambiamento?

Il lato del cliente nel processo di cambiamento è stato discusso solitamente in relazione alla domanda: “A cosa esattamente , nel cliente, il terapeuta deve rispondere?” La risposta consueta era il ‘sentimento’, ma questo termine può creare confusione.

No, non si tratta esattamente del ‘sentimento’, anche se rispondere ad esso va nella direzione giusta. Noi vogliamo rispondere a quella cosa, nel cliente, dalla quale provengono i passi di cambiamento. Vorrei invece chiedere: Cos’è, nel cliente, quella cosa dalla quale provengono i passi di cambiamento? Che non è esattamente il ‘sentimento’, certamente non i sentimenti familiari ed identificabili. I passi di cambiamento provengono piuttosto da un ‘margine’ indistinto, un ‘senso’ che punta a un di più di quanto si dica e si sappia.

Noi ora chiamiamo un tale margine indistinto “felt sense” [tradotto con Sensazione Significativa – nel testo useremo entrambi i termini]. Dal momento che è qualcosa che viene sentito, dobbiamo essere precisi su come esso differisca dai soliti sentimenti chiari e riconoscibili.

Due differenze tra sentimenti e Sensazione Significativa: la Sensazione Significativa è indistinta e meno intensa

Facciamo un esempio: un cliente può sentirsi arrabbiato e saperne dire il perché. In un processo terapeutico efficace, questo sentimento ‘si aprirebbe’ e ne nascerebbero passi ulteriori. Ma supponiamo che il cliente dica: “Sono arrabbiato, ti ho detto perché e questo è tutto. Non succede nient’altro.” Presumiamo che il terapeuta abbia risposto alla rabbia e alle sue ragioni. Che cosa, esattamente, non sta accadendo?

Quando la terapia funziona, a questo punto si verificano alcuni passi del processo. Vengono dal sentimento di rabbia, esattamente? Molti terapeuti la pensano così. Essi portano i loro pazienti a sentire tale rabbia sempre più intensamente. Presumono che i passi lungo il processo provengano dai sentimenti, quindi che la rabbia non sia stata sentita a sufficienza. Spesso però le persone vivono gli stessi sentimenti più e più volte, e con una certa intensità, senza che i passi di cambiamento sopraggiungano.

Ad esempio, i passi di cambiamento potrebbero essere:

C.:  (silenzio)… (respiro)…, si sente qualcosa di pesante… come… qualcosa che vuole essere arrabbiata…

T.:   qualcosa lì vuole essere arrabbiata.

C.:  Mhm… (silenzio)… Oh (respiro)… sì… se smetto di arrabbiarmi non dovrò farci più niente… sì… mi piacerebbe dire soltanto che è OK e non dover fare fronte alla situazione. Ho fatto così talmente spesso.

Questi passi non sono venuti esattamente dal sentimento di rabbia. È Invece quella qualità ‘pesante’ ciò che si apre generando tali passi. Questo qualcosa che ha la qualità di essere pesante è la sensazione significativa. Una rabbia più intensa non li avrebbe fatti emergere. La qualità pesante non è forte quanto la rabbia.

La sensazione significativa è meno intensa dei sentimenti ordinari. Se non si è calmi e concentrati si può perdere il contatto con essa. Da una sensazione significativa possono venire dei sentimenti molto intensi, ma la sensazione significativa stessa è meno intensa.

Le persone cambiano attraverso sentimenti che non hanno sentito coscientemente ed espresso prima. Una maggiore intensità di sentimenti familiari non porta il cambiamento. Le persone spesso sentono ed esprimono con forza sentimenti ripetitivi, eppure i passi del processo non arrivano.

I passi di cambiamento e del processo non provengono direttamente da sentimenti riconoscibili come tali.

Essi vengono piuttosto da un ‘qualcosa là’ di non chiaro, vago, indistinto, uno strano genere di dato di coscienza diretto. Ma, spessissimo, all’inizio, quando le persone rivolgono l’attenzione all’interno, non vi è nessun dato del genere. Tipicamente si trovano i sentimenti che sono familiari e nessun senso indistinto.

Una persona lo ha descritto così: “Per molto tempo non ho potuto trovare quel ‘senso’ indistinto. Prestavo attenzione alle emozioni, ma queste sembravano essere semplicemente quello che erano, chiare ed ovvie, e sentite nel corpo. La svolta avvenne quando iniziai a notare che le emozioni portavano con sé qualcosa di più. Una analogia: se l’emozione fosse un triangolo con lati regolari ed angoli fissi, il felt sense  appare quando guardo più da vicino e scopro che una forma nebulosa emerge da dietro il triangolo.”

Una volta trovato, le persone dicono che quel senso oscuro ‘era’ là da sempre, ma non notato. Prima, tuttavia, semplicemente non c’era. Il suo primo arrivo è un evento impressionante di per sé.

Differenza tra le consuete sensazioni corporee ed una Sensazione Significativa di qualcosa nella propria vita

Mentre le persone riflettono su un problema, o provano qualche emozione problematica, di solito provano un disagio nel corpo. Ma, benché le emozioni possano venire sperimentate fisicamente, esse non sono questo disagio fisico come tale.

Se durante una forte emozione si chiede a qualcuno di prestare attenzione allo stomaco e al petto, per ‘notare se prova disagio lì’, il disagio che appare è del tutto diverso dall’emozione stessa.

Questo disagio fisico si rivela meno intenso e non altrettanto aspro con la persona dell’emozione forte.

Tipicamente è presente anche uno strano tipo di gratitudine proveniente da questo disagio fisico, come se ‘quello’ fosse grato dell’attenzione ricevuta.

Circa metà o un terzo delle persone trovano difficile prestare attenzione direttamente all’agio/disagio nella parte centrale del loro corpo. Non percepiscono la parte centrale del corpo dall’interno, il che sembra strano a coloro che lo hanno sempre fatto. Le persone devono scoprire questa semplice capacità umana prima di poter trovare la sensazione significativa. Abbiamo sviluppato alcuni piccoli passi specifici per questa difficoltà, ad esempio: “Poni l’attenzione nell’alluce destro… ora nel ginocchio… puoi trovare il ginocchio senza muoverlo?… ora l’inguine… sali fino allo stomaco, come va lì? Caldo ed oscuro? o cosa?”

Una volta che le persone riescono a percepire lo stomaco e il torace dell’interno, vi è una ulteriore distinzione, quella davvero importante.

Le sensazioni fisiche ordinarie sono, ad esempio, una cintura che è troppo stretta, o un dolore, mal di stomaco, eccitazione sessuale, il cuore che batte. Queste sensazioni sono puramente fisiche. Il disagio di una situazione o di un problema è lì anch’esso, nella parte centrale del corpo. (Può essere anche qualcosa di positivo: la sensazione di apertura nel torace è il segno di qualche evento liberatorio.)

La differenza consiste nel fatto che la sensazione fisica ordinaria non contiene un ‘di’. La sensazione della cintura troppo stretta non contiene in sé le complessità e le ragioni del perché l’abbiamo stretta. È solo la pressione della cintura. Tuttavia, una sensazione fisica di ‘stretto’ molto simile può emergere nello stomaco quando si percepisce una situazione nella sua globalità. Questa impressione di ‘stretto’, parimenti fisica, è la sensazione significativa della situazione. Implicite in essa sono presenti molte più complessità di quanto si possa sapere o immaginare.

La maggior parte degli attuali metodi di lavoro con il corpo non coglie la sensazione significativa, in quanto lavora solo con le sensazioni fisiche, di solito con i muscoli periferici.

Le emozioni producono sensazioni fisiche, il nostro cuore batte e noi tossiamo, sputiamo, ansimiamo, eppure l’impressione corporea dell’implicita complessità non si trova in queste sensazioni fisiche e neppure nell’emozione. La sensazione significativa è diversa da entrambe.

Un’altra precisazione: nella terapia della Gestalt, dall’attenzione corporea emergono immagini ed emozioni spontanee, senza felt sense. La persona non ha la percezione della fonte dalla quale esse provengono. Tale fonte non emerge di per sé, come dato. Ad esempio, immagini e parole appaiono all’improvviso mentre si presta attenzione alla tensione nelle spalle. Ma non c’è nessuna sensazione significativa nelle spalle. Prima o dopo che tale materiale spontaneo sia emerso, la persona potrebbe (ma la terapia della Gestalt di solito non lo fa) prestare attenzione alla parte centrale del corpo, dove potrebbe emergere una sensazione significativa della tensione nelle spalle e delle immagini.

La sensazione significativa emerge nella parte centrale del corpo: gola, torace, stomaco od addome.

Differenza tra ‘esperienza negata’ e ciò che emerge da una Sensazione Significativa

L’impressione corporea di una situazione (la sensazione significativa) è sempre nuova, fresca, è il modo in cui il corpo comprende il problema ora. Può emergere anche qualche contenuto dal passato, ma la sensazione significativa è sempre qualcosa di più: l’intero, nuovo, del momento presente.

Questo punto viene spesso frainteso. Alcuni terapeuti vogliono che il contenuto riguardi il presente, il cosiddetto “qui ed ora”. Ma in qualsiasi presente è sempre implicita l’esperienza passata. Altri terapeuti pensano che in una persona non possa emergere nulla che non sia il rivivere qualche passato represso. Ma l’esperienza è sempre presente. Rivivere un evento passato significa esperirlo nel presente, fresco, ora, ed ha la qualità dell’interazione presente.

I passi terapeutici non sono il riemergere di esperienze negate. Quello che conta di più per i passi di cambiamento è precisamente la nuova implicita complessità della vita del corpo. Naturalmente il passato è in essa. Ma la sensazione significativa del momento presente è molto più dei contenuti del passato che possono risaltare in primo piano.

I passi di cambiamento possono sorgere dalla sensazione significativa del rivivere il passato, ma possono non sorgere se viene enfatizzato il contenuto del passato da solo e la qualità dell’intero non si forma come dato.

I passi di cambiamento possiedono una saggezza sorprendente ed una novità creativa. Non sono il mero emergere del passato. Può essere sembrato così, perché gli eventi del passato spesso fanno drammaticamente parte di un processo terapeutico presente. Inoltre, nella teoria tradizionale, tutta l’esperienza proviene dall’esterno. Ad esempio, l’immaginazione potrebbe essere solo una qualche versione (spesso indecifrabile) di quanto una volta è stato visto o sentito esternamente. Oggi, riconosciamo la vasta creatività dell’immaginazione, che va molto oltre quanto può essere fatto a partire da esperienze esterne. E i passi di cambiamento implicano molto più che la sola immaginazione.

I passi di cambiamento dai quali dipende la terapia tengono in considerazione molti più bisogni simultanei di quanti uno possa mai pensare, figuriamoci pensarli simultaneamente. La sensazione significativa è quel nuovo insieme, quel nuovo intero dal quale emergono tali passi.

Pertanto, dobbiamo sottolineare la differenza tra le esperienze passate negate e l’impressione corporea globale del momento presente. Spesso però questa non è lì per essere percepita. È possibile che le persone debbano rimanere tranquille e in silenzio e lasciare deliberatamente che tale impressione olistica emerga come un dato.

Differenza tra sentimenti interni al problema e la Sensazione Significativa dell’intero problema

Che ci si rivolga a una situazione intera o a un suo piccolo aspetto, la sensazione corporea di quell’aspetto (felt sense) sarà comunque una totalità. So che questo suona contraddittorio. Ma la percezione corporea dell’aspetto più piccolo di qualsiasi cosa è una totalità implicitamente complessa, non più piccola della percezione di un grande tema. È sempre l’intero vivere corporeo di…

Questa interezza è una caratteristica del felt sense.

I consueti sentimenti ed emozioni sono solo parti di una situazione. Con quei sentimenti ci sentiamo dentro al problema, circondati da esso, parte di esso. Ma se diventiamo distanti e ‘obiettivi’, non sentiamo affatto il problema. Nell’esperienza ordinaria non c’è modo di sentire un problema come una totalità che abbiamo di fronte.

Può trattarsi anche solo del lato sinistro di un naso, ma quando il vivere del corpo di quel dettaglio diventa un dato esperienziale, viene percepito come “tutta quella cosa”.

I passi del processo sono cambiamenti di quella totalità. L’intera mappa cambia. Il passo non può essere individuato sulla mappa precedente.

Differenza tra rilassamento molto profondo e la Sensazione Significativa

L’ipnosi e il rilassamento molto profondo sono stati considerati e scartati da Freud e da molti altri fin da allora. Dobbiamo lavorare con qualcosa di più della ‘coscienza’, ma non limitando o ingannando il cliente cosciente.

Il felt sense, che chiamo anche “il margine della consapevolezza”, è il centro della personalità. Si colloca tra la consueta persona cosciente e le profondità universali della natura umana, dove non siamo più soltanto noi stessi. È aperto a ciò che proviene da quegli universali, eppure la percezione che offre è quella di un ‘me reale’. Il felt sense e ogni suo piccolo passo in avanti arrivano già ‘integrati’ e non come il cosiddetto ‘materiale inconscio’.

Il felt sense è sempre un’esperienza viva, unica e appena creata. Il suo arrivare da dentro viene percepito come qualcosa di più autenticamente ‘me’ rispetto ai sentimenti abituali.

Contro la vivisezionarsi

Ora il lettore potrà verificare se fino ad ora la mia comunicazione è stata efficace. Riesci a seguire questa esposizione?

Il tipo più comune di attività interiore infruttuosa oggi non è la semplice intellettualizzazione o razionalizzazione; e neppure il continuo rivivere i medesimi sentimenti. Oggi il tentativo inefficace più diffuso di aiutare se stessi dall’interno è ciò che chiamo ‘vivisezione’. Si è molto attivi ‘al piano di sopra’, nella propria mente, tracciando mappe e tentando di capire il proprio problema, pensando ora a questo e ora a quello, ma invece di intellettualizzare e basta, si sente nella pancia ogni movimento che si fa al piano di sopra! E quasi tutti questi movimenti fanno male.

Prestare attenzione a queste ferite e a questi sentimenti viscerali generati dal proprio farsi a fette, non è Focusing e non viene consigliato!

Ai tempi in cui le persone per lo più non erano in contatto con i propri sentimenti, la creazione di mappe mentali, ‘in alto’, era semplice intellettualizzazione. Ora è peggio! È la parte più viscerale di voi che state facendo a fette, in un modo o nell’altro, come ordinato dalla testa.

Il processo interiore che stiamo descrivendo implica rimanere tranquilli e percepire il disagio nel corpo, direttamente, interamente come viene, senza applicargli mappe, tagli e distinzioni. Se lasciate che l’attenzione vada direttamente al disagio corporeo, vi sentirete un po’ meglio.

Quindi, lasciate che quello crei mappe, lasciate che quello smisti se stesso in tutti i pezzi o le parti in cui vuole separarsi per conto suo, ma voi iniziate sempre con “tutta quella faccenda nel suo insieme” e non con alcunché avrete ritagliato dal vostro vissuto interiore.

Per quanto bene crediate di aver definito un problema, consideratelo come ancora non definito. Usate il modo con cui lo avete chiamato esclusivamente come un puntatore e chiamatelo “tutta quella cosa là”, qualsiasi cosa possa essere e qualsiasi cosa possa portare, senza tagliarlo a pezzi prima e percependo poi gli effetti di questo taglio. 

Insegnare il ruolo del Cliente

Iniziammo ad ‘insegnare’ al cliente come trovare tale sensazione significativa molti anni fa, quando ricerche e studi ripetuti mostrarono che coloro che non affrontavano la terapia in questo modo diventavano casi senza successo. Oggi, quello che chiamiamo Focusing può essere mostrato a tutti.

Allora ed oggi insegniamo al pubblico l’ascolto (il ruolo del terapeuta), così come la focalizzazione. Userò alcuni esempi tratti dagli inizi di tale insegnamento per portare avanti la nostra domanda: Cos’è quella cosa da cui nascono i passi di cambiamento?

Ad esempio, ad un cliente (oppure ad una persona che stiamo ascoltando) viene chiesto di verificare una risposta empatica: “Ti prego di non assentire per educazione. Quello che ti ho ripetuto, andava davvero bene? ” Ma la persona che si trova nel ruolo del cliente potrebbe verificare solo le parole: “Sì, è quello che avevo detto.”

Cosa c’è, precisamente, di sbagliato in ciò, come reazione ad una risposta che nasce dall’ascolto empatico? Quando la terapia è efficace, con la risposta dell’ascoltatore il cliente fa qualcosa di più che non sia il solo verificare le parole. Cosa di più?

Cosa presumiamo che faccia il cliente con una risposta nata dall’ascolto?

Noi speriamo e presumiamo che i clienti verifichino la risposta non con quanto essi hanno detto o pensato, ma con un qualche cosa, qualche luogo, un qualche dato più interiore… il felt sense – non disponiamo di nessun’altra parola ordinaria per indicare questo.

A questo punto si potrebbe percepire un effetto, un piccolo allentamento interiore, una risonanza. Quello che sembrava essere là è stato espresso e ascoltato. Non ha bisogno di essere detto di nuovo. Per alcuni momenti vi è un ammorbidimento, dentro. (In termini teorici è stata la risposta interpersonale a permetterne lo sviluppo.) Presto sopraggiunge qualcos’altro. Quello che ‘era’ là si trasforma e si aggiunge dell’altro.

Noi speriamo che i clienti ‘verifichino’ non solo quello che diciamo, ma anche quello che loro dicono, con quella cosa al loro interno. Grazie a ciò all’interno della persona si genera una distinzione: il sé consueto viene verificato con la sensazione significativa.

Come mostrato dalla ricerca, i clienti che in seguito trassero beneficio dalla terapia differiscono dagli altri clienti esattamente sotto questo aspetto. Si può ascoltare dalle registrazioni. Dopo aver detto qualcosa, questi clienti spesso si fermano per verificare. Ad esempio: “Mi sento privo di aiuto… uhm… è giusto?…” Dopo un silenzio, potrebbero dire: “No, … non va bene. Uhm … posso sentirlo, proprio lì, ma non so cos’è. (Silenzio)… Oh, (respiro)… oh, sì, è…” mentre avviene un grande cambiamento. Oppure potrebbero dire: “… oh … una cosa su questo è che…” quando si presenta qualche nuova sfaccettatura.

A quanto pare, il cliente che parla in modo deliberato e con cui ci relazioniamo non è colui a cui si rivolgono principalmente le nostre risposte! Piuttosto, speriamo che chi parla porti le nostre risposte in profondità per consultare quell’altro, il felt sense. Speriamo che il cliente lasci parlare quello, aspetti ciò che ne emerge e lavori per trovare parole che “risuonino” con quello, anziché interromperlo, fargli la predica o interpretarlo.

Qui scopriamo una analogia affascinante.

Il Cliente del Cliente

Nello specificare il lato del cliente di un processo terapeutico, scopriamo una distinzione all’interno della persona. Questa distinzione è una forte conferma della terapia centrata sul cliente.

La sensazione significativa è il cliente dentro di noi. Il nostro consueto sé conscio è il terapeuta, spesso un terapeuta crudelmente direttivo che interferisce per tutto il tempo con il nostro cliente interiore. Questo terapeuta spesso attacca in modo ostile, o almeno vuole usare tutte le vecchie informazioni, rivendica di essere più intelligente del cliente, parla in continuazione, interrompe, monopolizza il tempo con inferenze ed interpretazioni distanti e a stento si accorge che ‘il cliente’ non viene lasciato parlare. Questo ‘terapeuta direttivo’ a mala pena sa che il cliente è là. Questo ‘terapeuta’ inizia senza il cliente, come nella barzelletta, e va avanti indefinitamente senza il cliente.

Le ricerche mostrano che ad avere esiti positivi sono quei clienti che hanno un approccio centrato sul cliente nei confronti della loro sensazione significativa.

Naturalmente, non si tratta di una persona all’interno della persona, ma di un certo tipo di processo di auto-risposta.

Tuttavia, sarebbe impreciso chiamare questa cosa essere centrati sul cliente ‘con se stessi’. Piuttosto, è necessaria, all’interno della persona, la distinzione tra il consueto sé e la sensazione significativa. Quest’ultima è esattamente quella parte alla quale sono rivolte le risposte centrate sul cliente.

Da Platone e Freud l’uomo ha distinto differenti parti della psiche. Qui sorge ora una distinzione che viene delineata meglio nei termini di approccio centrato sul cliente.

La Sensazione Significativa è il Cliente del Cliente

Le attitudini e le risposte del cliente verso la sensazione significativa devono essere quelle di un terapeuta centrato sul cliente! E questo è Focusing. Pertanto, posso specificare ulteriormente il Focusing se considererete alcuni dei principi dell’approccio centrato sul cliente in questo nuovo modo.

Qui ci sono alcune norme della terapia centrata sul cliente che acquistano un nuovo significato quando vengono applicate interiormente, all’interno di una persona.

Di solito la sensazione significativa non si forma neanche, né emerge a meno che il ‘terapeuta’ interiore dapprima non conceda attenzione e tempo di attesa silenzioso. Il ‘terapeuta’ interiore del cliente (il suo sé conscio) deve accantonare un bel po’ di conoscenze e di congetture, deve trattenersi dal dare molte interpretazioni interessanti e preferire invece aspettare, silenziosamente, mentre per un certo lasso di tempo non succede molto.

Troviamo difficile mettere da parte tutto quello che sappiamo su noi stessi e sullo specifico problema, in modo da poter udire quanto arriva dalla sensazione significativa.

Dapprima il nostro ‘terapeuta direttivo’ interrompe spesso. Interpretazioni ed inferenze proseguono nelle nostre teste. Dobbiamo ‘accantonare’ queste più e più volte, in modo da poter ascoltare la sensazione significativa.

Quanto proviene da una sensazione significativa può inizialmente sembrare meno sofisticato di quanto pensiamo. Se lo riceviamo e lo facciamo risuonare, presto quanto emerge si palesa più intricato e più corretto di quanto potremmo pensare.

Impariamo che quello che emerge dalla sensazione significativa ha la sua propria logica e le sue buone ragioni, anche se queste non sono immediatamente evidenti.

Non imponiamo i nostri valori per imprimere una direzione ai passi successivi. Al contrario, spesso impariamo attraverso l’esperienza con il cliente che alcuni modi di vivere e di sentire possono essere buoni, anche se i nostri valori sembrano opposti. Ora non entrano in conflitto, eppure non scartiamo i nostri valori. I valori iniziali giocano un ruolo e inoltre vengono modificati in tali passi.

Cerchiamo di ricevere qualsiasi cosa emerga dalla sensazione significativa. Lasciamo che sia presente almeno per un momento. Non cerchiamo di modificarla, di cambiarla né di sospingerla immediatamente oltre.

E neppure come prima cosa conveniamo con ciò che emerge da una sensazione significativa. Sappiamo che vi saranno passi ulteriori. Sviluppiamo l’attitudine di dare il benvenuto a qualsiasi cosa emerga, anche se sembra negativa o non realistica. Sappiamo che i passi ulteriori possono cambiarla. Tali passi possono sopraggiungere solamente se prima riceviamo ed accogliamo quello che ora è qui.

A volte abbiamo un’idea, ma non decidiamo se è giusta o meno. La teniamo in sospeso e consultiamo la sensazione significativa. Se c’è un allentamento, una risonanza, in risposta a quello che proponiamo, gli prestiamo attenzione fino a quando da lì non provenga di più.

Nuovi dettagli

In questa sede non voglio ripetere le istruzioni di focusing e i consigli per la soluzione di difficoltà nel processo che sono stati presentati in modo molto dettagliato nel manuale “Focusing” (Gendlin 1981). Vorrei presentare il lavoro più recente. Pertanto, quello che posso dire qui non è sufficiente a mettere le persone in grado di scoprire il focusing da sole.

Abbiamo suddiviso le istruzioni di focusing in sei ‘movimenti’. Ora troviamo essenziale insegnare queste parti separatamente, dando tempo ed attenzione individuale ad ogni persona in ciascuna parte.

Riassumerò questi sei movimenti ed offrirò uno o due nuovi dettagli su ognuno di essi.

1. Proprio come all’inizio dell’ora non diciamo ai clienti su cosa lavorare, allo stesso modo non lasciamo che il terapeuta interiore direttivo imposti rapidamente l’argomento. Il cliente potrebbe impiegare un minuto o due nell’eseguire una scansione interna, percependo le varie cose che sono presenti e scegliendo solo dopo su cosa lavorare.

Il primo movimento del focusing, “Fare Spazio”, una volta era un semplice preliminare. Prima di focalizzare eseguiamo effettivamente una specie di inventario di cosa proprio ora ci è di ostacolo al sentirci bene nella parte centrale del corpo. Per fare questo, prestiamo attenzione a quella zona e percepiamo cosa, proprio ora, ci impedisce di sentirci bene lì.

Ad esempio, si potrebbe trovare: “Oh… certo, la tristezza per aver rotto con …, sì, naturale, eccola là… (respiro) e … oh, devo chiamare il dentista, … e … mmh, sono stanco!” Può capitare di trovare tre o quattro punti, di solito di importanza  molto diversa. Ciascuno di questi viene ringraziato gentilmente e “posto” da qualche parte in uno spazio davanti a sé, uno alla volta. Nel centro del corpo si sente un certo sollievo fisico ad ogni sistemazione, anche se non abbiamo focalizzato su questi problemi e li abbiamo semplicemente sistemati. In questo spazio che è stato liberato iniziamo a focalizzare su uno di essi o su qualcos’altro.

A partire da questo umile movimento preliminare si è sviluppato, tra le altre cose, un metodo per lavorare con approccio psicoterapeutico con pazienti malati di cancro (Focusing Folio, Vol. 2, N° 4, 1982 e Vol. 3, 1983.) Ciò ebbe inizio in quanto si pensava che i malati di cancro fossero poco abili nel percepire il proprio corpo dall’interno. Sembrava una buona previsione di ricerca il fatto che essi fossero incapaci di eseguire il primo movimento del focusing. Invece, essi poterono tutti creare uno spazio e trovare quella buona energia corporea che ne proviene.

Una nuova versione del primo movimento, più elaborata, apre un vasto spazio interiore che ha più tipi di significato di quanto io possa discutere in questa sede.

2. In una terapia molto direttiva, i pazienti spesso vengono azzittiti interiormente. Quello che emergerebbe in loro, passo dopo passo, non può emergere in quanto questi terapeuti credono che quanto essi dicono non possa essere verificato internamente e corretto dal paziente. Descrivendo l’ora di terapia, tali pazienti di solito riferiscono “quello che il mio terapeuta dice…”.

I terapeuti con un approccio centrato sul cliente (forse tutti i terapeuti efficaci) desiderano che quanto dicono sia corretto dal cliente. Spesso, ciò che non è giusto in una risposta lascia che quello che è giusto emerga improvvisamente nel cliente in modo più nitido.

Anche all’interno di noi stessi qualcosa può intervenire distintamente a correggere quello che cerchiamo di dirci. Ad esempio, oggi qualcosa è andata storta e ci diciamo “Va bene … Non importa … presto lo avrò dimenticato … le persone mature non si alterano così tanto per così poco … va bene … va bene …  vedila in questo modo …” e così via. Ciascuna di queste cose è contraddetta dal disagio che ‘replica’ e corregge vividamente i nostri tentativi di mandarlo via pensando.

Quando un disagio è già presente, è possibile rivolgersi ad esso e prestargli attenzione. Ma spesso ci sono solo i sentimenti familiari.
Lasciare che la sensazione significativa emerga è la parte più difficile del Focusing. Un modo specifico tra gli altri si basa sull’effetto che ho appena descritto. C’è una certa ironia nel fare uso di questo effetto. Anche se sappiamo che c’è un problema che non “va bene” per niente, interiormente ci diciamo, deliberatamente, “Va bene, l’intera faccenda va bene. Mi sento completamente a mio agio con tutto ciò”. Ponendo l’attenzione nella parte centrale del corpo, di solito sentiamo improvvisamente e vividamente il corpo che replica, dandoci una o più impressioni corporee distinte di quel particolare problema o di quella particolare situazione. Che effetto interessante!

Una impressione corporea può venire e replicare in modo da correggere affermazioni sbagliate. Il corpo può comprendere le parole e inoltre conosce la situazione. Può essere in disaccordo con le nostre parole. Nella parte relativa alla teoria riformuleremo questo fatto in termini migliori.

Perché avvenga questa replica del corpo è necessario un livello medio di rilassamento. La maggior parte delle persone trascorre la giornata con il corpo in condizioni di tensione massima, quindi ne percepisce poche variazioni. D’altro canto, un livello elevato di rilassamento impedisce che questa replica corporea abbia luogo. Nell’ipnosi, ad esempio, il corpo si sente effettivamente a proprio agio quando gli si dice di sentire così. Nessuna sensazione significativa emergerà a correggere le parole.

3. I terapeuti possono parafrasare la maggior parte di quello che un cliente dice, ma stanno attenti a mantenere uguali le parole cariche in modo cruciale. Potremmo parafrasare una lunga storia semplicemente come “quello che hanno fatto”, ma se il cliente usa la parola “apprensivo”, non la cambiamo con spaventato o preoccupato perché il cliente potrebbe perdere la presa su ciò che quella parola sta veicolando proprio ora. Una tale parola può essere un ‘aggancio’ che aiuta a mantenere il contatto con tutto un mondo.

Nel Focusing, quando una sensazione significativa emerge, ci si focalizza sulla sua qualità e si cerca di trovare una parola-aggancio per quella qualità. Già solo il fatto di cercare una parola aiuta a restare in contatto con la sensazione significativa in quanto sensazione corporea, invece di entrare nei sentimenti e nei pensieri familiari inerenti al problema. È “irrequieto” o più come “pesante”? È “piatto” o forse “affollato” o “respinto”, o come? Può un’immagine andar bene per tale qualità? La funzione più importante di quest’operazione consiste nel fatto che essa aiuta a rimanere in contatto con la sensazione significativa. Se nulla va bene, chiamatela “quella qualità”.

4. Quando un parola-qualità sembra giusta, la facciamo ‘risuonare’ come una risposta dell’approccio centrato sul cliente. Chiediamo: “Questa parola (o immagine) va bene davvero?” È la sensazione significativa che deve rispondere.

La conoscenza che il corpo ha delle parole è sorprendentemente sottile ed esigente. Una data parola-qualità risuona. Altre parole che sembrano equivalenti vengono rifiutate dal corpo. Se la sensazione significativa rimane statica, se la parola non compie nulla, la parola non risuona. Provatene un’altra. Quando una parola, o una frase, o un’immagine, va bene, un leggero ma gradito effetto fisico sopraggiunge ogni volta che si pensa la parola (o si ricrea di nuovo l’immagine).

Con questo effetto fisico, l’intero problema si allenta nel corpo. Ora consigliamo di farlo parecchie volte, non una soltanto.

5. Quanto spesso come terapeuti siamo contenti di esserci trattenuti dal fare un’interpretazione che sembrava tanto giusta?… Pochi momenti dopo, la stessa vaghezza del cliente, direttamente percepita, si apre e altera totalmente quello che sembrava essere il problema. Spesso la nostra interpretazione non era neanche sull’argomento giusto.

Questo fenomeno si verifica anche interiormente. Dopo tutto, sappiamo un mucchio di cose su noi stessi. Eppure, questa indistinta ed olistica sensazione significativa ‘sa’ di più. Quando un nuovo passo si muove da lì, l’intera mappa del problema cambia.

Naturalmente la sensazione significativa non può rispondere se non è lì proprio ora. Riportarla alla memoria pochi momenti dopo non è sufficiente. Ora, “la sensazione significativa è ancora lì? Ah, c’è ancora.” (Se non viene, provate dicendo che il problema è risolto completamente…)

Ho scritto del cambiamento sentito come di un flusso di sollievo fisico. Ma anche appena un po’ di ‘cedimento’ cambia sottilmente la globalità. Questo allentamento si avverte come positivo quando il problema è stato bloccato per tanto tempo. Se di norma si è tesi e agitati, lo si potrebbe perdere. Sorvegliate i piccoli o leggeri allentamenti della sensazione significativa. Seguite qualsiasi pensiero, immagine o altra cosa porti un simile accenno di sollievo.

6. Noi non discutiamo con quanto emerge nel cliente, che lo si chiami irrealistico, egoista o cattivo. Noi riceviamo qualsiasi cosa il cliente offra. Gli diamo tempo. Non chiediamo subito, “E perché?” oppure, “E qual è il prossimo passo?”

I passi di cambiamento possono venire solo da questo, quindi, dobbiamo lasciare che sia presente, qui, per un po’.

Recentemente avvisiamo le persone di notare come il ‘terapeuta direttivo’ interiore possa confutare e distruggere quello che arriva con un cambiamento sentito. Può accadere così rapidamente che è possibile non accorgersene. Quel qualcosa che sopraggiunge con quel caratteristico spostamento o “cedimento” interiore non fa in tempo ad arrivare che è già andato via! Cosa è successo? Qualcuno dentro ha rapidamente detto: “Non è realistico, è sciocco, non posso farcela, sarebbe arrendersi, non può essere giusto.”

Il sesto movimento, “ricevere”, ha bisogno di un insegnamento separato. Con la pratica si impara a mettere da parte le vecchie voci prima che affollino l’impressione corporea del cambiamento. Invece, uno può ripetere qualsiasi parola che arrivi con il cambiamento, sentendo se lo produce di nuovo. Così il cambiamento rimarrà là per un certo tempo. Lasciate che le vecchie voci stiano da una parte e aspettino. È solo un piccolo passo. Non sto ancora prendendo decisioni. Questo piccolo passo può proprio venire solo ora. Lasciatemelo tenere per un po’ per vedere meglio di cosa si tratta. Tra un minuto potrà esserci un altro giro di focusing. Ma proprio ora, lasciatemi vedere se posso percepire questo cambiamento, ancora e ancora.

Sulle istruzioni

Lo schema di questi sei passi è molto utile, ma non rendiamolo rigido. Gli esseri umani sono immensamente più complessi e sorprendenti di qualsiasi schema, figuriamoci di un semplice passo tra sei!

Diamo istruzioni su “livelli separati”: “Cercate di applicare le nostre istruzioni quanto più esattamente vi riesce, ma, nel momento in cui vi sembra che facciano una qualche violenza in voi, fermatevi, ma non scappate via: guardate direttamente cosa avete lì”. Su un piano, “prego, seguite le istruzioni” e su un altro piano, “prego, non seguite le istruzioni”.

In fondo stiamo descrivendo ed insegnando un processo che emerge interiormente, che è proprio del singolo individuo. Le istruzioni su livelli separati permettono di trovare il vostro processo con il nostro schema, o nel trovare dove il nostro schema non va bene.

Molto presto, imparando il focusing, la maggior parte delle persone arriva ad un punto in cui ride e dice: “Oh, era questa la difficoltà che stavo cercando di mettere a posto e che mi ostacolava “. Dopo questa risata, sanno.

Ad esempio, nel nostro schema, il cambiamento sentito arriva nel quinto movimento. Nella realtà può avvenire in qualsiasi momento. Naturalmente ricevete quello che viene.

Parecchi terapeuti hanno trovato molto efficace insegnare il focusing direttamente ai propri clienti. Questo insegnamento deve essere distinto chiaramente dalla normale interazione terapeutica.

Focusing durante la terapia

Tutte queste istruzioni possono essere impiegate durante una psicoterapia, ma in un certo modo, il che mi porta ad un principio più ampio.

Esistono tante teorie e tanti altri strumenti terapeutici efficaci. Possono essere usati tutti basandosi sull’approccio centrato sul cliente. Con ciò intendo:

Qualsiasi cosa io dica o faccia nella terapia viene immediatamente verificato con la risposta interna del cliente. Ciò significa che raramente io dico o faccio due cose consecutive senza che tra esse vi sia un’espressione del cliente. Dopodiché rispondo in un modo improntato all’ascolto a qualsiasi cosa il cliente esprima, e di nuovo a quello che poi arriverà ulteriormente. Do sempre la priorità al passo proprio del cliente. Qualsiasi altra cosa io possa fare, deve aspettare.

Ciò trasforma il carattere delle interpretazioni, istruzioni e di qualsiasi altro strumento terapeutico utile.

Devo scartare rapidamente qualsiasi cosa io abbia tentato se non è di aiuto, in modo che non vada ad intralciare il processo proprio del cliente.

Dapprima i clienti pensano di dover spiegare perché quello che avevo detto era sbagliato. Spesso li interrompo: “Oh, vedo che mi sbagliavo. Ascolta di nuovo come è per te.” I clienti che lavorano con me presto riconoscono che quello che dico non è una affermazione su di loro, ma un invito a che essi percepiscano internamente. Spesso verbalizzo questa cosa come prima cosa: “Ma è giusto… o come si dovrebbe dire?”

Una volta che le persone sanno che la mia intenzione è questa, quello che dico di sbagliato le disturba molto meno e viene scartato rapidamente.

Anche quando sono utili, altre cose non devono sostituire troppo spesso l’ascolto (il che include sicuramente le istruzioni di focusing). Troppe utili interruzioni bloccano il processo che si sviluppa internamente in  modo proprio al cliente o, peggio, gli impediscono di sorgere. È necessario che vi siano lunghi periodi durante i quali esclusivamente ascolto e rispecchio.

Come il Focusing trasforma il modo di parlare

La maggior parte delle persone vive i propri discorsi così come parla. Soprattutto i clienti di una terapia centrata sul cliente sono abituati ad “esporre” i loro problemi e le loro preoccupazioni. L’attenzione è su quello che viene detto. Il focusing modifica questa abitudine. Qualsiasi cosa il cliente vuole fare è ancora bene accetta, incluso questo modo di parlare. Ma ora non si presume che sarà l’esposizione dell’argomento a fare il lavoro. Piuttosto, i passi di cambiamento potranno sopraggiungere internamente percependo il margine. Quando quello si apre, il processo si muove.

Ciò richiede che le risposte centrate sul cliente puntino in modo più preciso. Non si ottiene abbastanza se la risposta è più o meno corretta. Una buona risposta punta verso e prende contatto con ciò da cui il cliente ha parlato, piuttosto che limitarsi a ridire ciò che è stato detto.

Quando il cliente non esprime un margine indistinto, possiamo noi puntare ad esso. Ciò crea un certo numero di modalità di risposta specifiche:

a.     Il solo ripetere alcune volte, tranquillamente e lentamente, una zona sentita profondamente, può aiutare la persona a scoprire la più ampia impressione corporea dalla quale provengono i passi.

b.     A volte il terapeuta può dire, “Proviamo a stare tranquilli per un momento, così puoi percepire tutto questo.” Oppure, se è vero, il terapeuta può dire, “Aspetta… sto ancora sentendo quello che hai appena detto… uh…”  Sono modi per far rallentare il modo di parlare così che possa accadere di più.

Se poi il cliente continua a parlare, risponderemo in modo consueto e non rimarremo fissi su qualche nostra opinione.

c.    Talvolta possiamo aggiungere al contenuto qualcosa come: “… e quello non è ancora chiaro” oppure “… e tu ancora non sai cosa è questa cosa” oppure “… e c’è questa impressione, che potrebbe diventare diversa, ma non è ancora chiaro come”. Le persone sono abituate socialmente a smettere di parlare quando arrivano ad un margine irrisolto. Spesso è di aiuto fare riferimento a questo margine come tale.

d.     Anche quando non sembra essere presente alcun margine, il cliente potrebbe trovarne uno se il terapeuta si riferisce al margine come se lì fosse presente una concreta versione sentita di quello che è stato detto.

Ad esempio: il cliente dice “Evidentemente non voglio fare questo (ottenere un lavoro, incontrare nuove persone, redigere un atto) perché quando arriva il momento, non lo faccio.” Una normale risposta centrata sul cliente potrebbe essere: “pensi di non volerlo fare perché in qualche modo non lo fai.” Una risposta di invito al focusing potrebbe essere: “Qualcosa in te non vuole…” oppure “C’è un qualche senso di non voler…”, oppure “Quando il momento arriva, qualcosa ti ferma.”

Un altro esempio: la cliente dice “Credo davvero che è per questo che sto con lui, perché ho bisogno di sicurezza.” Una risposta di tipo focusing potrebbe essere: “Sei quasi sicura che è per sicurezza, quella sensazione là, di aggrapparti a lui.”

Quasi tutto può essere riflesso con un implicito invito a percepire “quello” come questa cosa, proprio lì. Se mi dici che questo capitolo ti piace, potrei rimandarti che hai una sensazione di mi piace proprio là. Allora potresti trovare più direttamente quel dato, quella sensazione, quel luogo in te dove ti piace, quella zona, quel punto, quello.

Quanto ho descritto qui può sembrare solo una forma grammaticale, e anche una forma scomoda da usare. Probabilmente se ne potrebbe escogitare una migliore, ma c’è una grande differenza tra parlare di e puntare a. Molti clienti parlano. Alcuni di loro possono rivolgersi all’interno e prestarvi attenzione direttamente non appena il terapeuta fa da puntatore.

e.    Il Focusing può essere insegnato con istruzioni occasionali a piccole dosi

L’insegnamento del focusing è molto rapido, ma dovrebbe avvenire in un tempo apposito per esso, non nel mezzo di un processo terapeutico in corso. Tuttavia, prese singolarmente, tutte le istruzioni possono andare bene ed essere di aiuto nel sostenere il processo del cliente.

Tutte le istruzioni e le indicazioni specifiche che qui ho offerto si prestano ad essere impiegate, singolarmente, nei momenti in cui il cliente potrebbe usarle. Tutte le istruzioni e le indicazioni di Focusing possono essere usate in questo modo.

Il cliente può ignorare queste singole istruzioni. Esse non intralciano il modo consueto di rispondere. A qualsiasi cosa il cliente dica o faccia si può rispondere in modo accettante.

Possiamo invitare esplicitamente il cliente a vedere se è possibile trovare un tale senso internamente. Si potrebbe aggiungere: “Puoi percepire questo ora?” oppure, “Puoi sentire questo non-volere, ora?”.

Oppure, “Se rimani in silenzio dentro di te per un minuto, puoi percepire questo non-volere che ritieni debba esserci?”

Ecco alcuni altri esempi: “Se pensassi proprio ora di prendere il giornale per cercare un lavoro… che tipo di sensazione-qualità sopraggiungerebbe nel corpo?”

Oppure: “Fermati un momento. Vorrei chiederti qualcosa. Puoi mettere l’attenzione nella parte centrale del corpo? Com’è lì dentro proprio ora? (Il cliente dice che lì dentro va tutto bene.) Ora pensa a questa intera cosa di cercare questo lavoro… cosa arriva là? … (espressione del viso)… OK, rimani con questo per un minuto, con gentilezza.”

Spesso è importante aiutare le persone a scoprire l’aspetto corporeo del margine indistinto. Molti non hanno mai prestato attenzione al corpo in questo modo e hanno bisogno di un po’ di tempo per scoprirlo.

Un altro esempio:

C.:   “Sono proprio arrabbiato.”

T.:   “La tua rabbia è proprio lì.”

C.:   “Oh, è sempre lì. Non ne posso più di questa rabbia.”

T: “Proviamo una cosa. Prendi tutta quella situazione, per intero, più di quanto tu ne sappia, tutto ciò che si accompagna ad essa, e fai come un passo indietro, come se la guardassi tutta quanta, come un grande quadro che occupa un’intera parete di un grande edificio… Cosa arriva nel tuo corpo quando fai così?”.

In questo modo il terapeuta può inserire occasionalmente tutte le istruzioni e i dettagli del Focusing nei punti in cui un cliente che conoscesse il Focusing lascerebbe probabilmente emergere un felt sense non chiaro.

Ma mentre i rimandi che puntano al felt sense possono essere fatti frequentemente, le istruzioni devono rimanere occasionali, per non ostacolare la titolarità e l’impulso interiore del cliente verso il processo. Il terapeuta non deve costantemente far accadere cose buone attraverso le istruzioni. Devono esserci spazi vuoti e di tempo affinché possa emergere il processo spontaneo del cliente.

Se l’interazione si fa problematica, o se il cliente prova dei sentimenti riguardo al fatto di ricevere istruzioni, ciò deve avere immediatamente la precedenza. L’insegnamento del focusing può essere tentato di nuovo in seguito.

T.:   Puoi ricevere questo senso di dolore ora, se poni l’attenzione nel corpo, e molto gentilmente solo restare accanto a lui?

C.:   Non mi piace quando mi dici cosa fare dentro di me.

T.:   Non ti piace che io ti dica cosa fare dentro di te e mi vuoi fuori di là. Certo. Smetterò di farlo.

C.:   Ma… uhm… M’interessa  quello che sai.

T.:   Oh, sicuro, ti mostrerò questo metodo prossimamente… Vuoi che io stia fuori del tuo spazio, ma non vuoi che me ne vada… giusto?

 

SEZIONE II. TEORIA: DA DOVE ORIGINANO I PASSI DEL PROCESSO?

Questa sezione è in via di traduzione

 

Roberto Tecchio

Mi piace condividere saperi che permettano a persone e gruppi di esprimere le loro potenzialità, apprendere da errori e fallimenti, così come da soddisfazioni e successi. Sono un formatore professionista certificato dall'International Focusing Institute di New York, collaboro con enti pubblici e organizzazioni non profit, insegno il Focusing a privati e professionisti che operano nel campo della salute, del benessere, dell'educazione, del volontariato, e impiego questa meravigliosa conoscenza anche in diverse forme di relazione d'aiuto orientate al benessere e all'empowerment individuale, di gruppo e organizzativo.