OUT: lo sguardo esterno

La relazione con l'altro, diverso da me, come me

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Qui il campo d'interesse riguarda le relazioni umane, specialmente la dimensione gruppo (di impegno sociale, lavoro, apprendimento, cura), i rapporti di coppia e quelli genitoriali. Sono tre ambiti che frequento da sempre e che per me costituiscono i luoghi privilegiati della crescita, come persona e come professionista.

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Il mio sguardo in questo caso si focalizza su un aspetto del fenomeno che prende vita quando due o più persone s'incontrano: il processo decisionale, strettamente connesso alla gestione dei conflitti e all'esercizio del potere nelle relazioni

In proposito, il sapere che col tempo ho raccolto va sotto il nome di Metodologia del consenso, di cui la Facilitazione della comunicazione (o dei gruppi, delle riunioni, dei processi partecipativi, del cambiamento, ecc, in pratica sono dei sinonimi) è un concetto chiave, poiché per me rappresenta il punto di incontro tra 'dentro' e 'fuori', l'ineffabile soglia tra Inside e Out.

La Facilitazione sembra qualcosa di strano, di lontano dall'esperienza quotidiana, eppure riguarda il nostro comportamento ogni qualvolta partecipiamo ad una riunione.

Infatti, se sul piano dei contenuti ogni gruppo ha il suo ambito di competenza che ne caratterizza l'identità e lo differenzia dagli altri (organizzazioni profit e non profit, gruppi pacifisti o ambientalisti, associazioni sportive, religiose, ecc), sul piano del processo tutti i gruppi condividono gli stessi problemi: in che modo discutiamo ciò di cui discutiamo? In che modo decidiamo ciò che decidiamo? In che modo gestiamo i conflitti che naturalmente sorgono?

La Facilitazione riguarda le modalità e le metodologie impiegate per condividere opinioni e sentimenti, per ideare, valutare ed elaborare proposte, per confrontarsi e gestire le eventuali tensioni emotive e i conflitti, ed infine per decidere e costruire accordi.

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In senso stretto la Facilitazione concerne ogni intervento di natura metodologica o processuale, come il disporsi seduti in cerchio o a schiera di fronte ad una cattedra, alzare la mano per chiedere la parola e avere o non avere un moderatore, scrivere o non scrivere il verbale, adoperare o meno una lavagna o altri supporti visivi, dividersi in sottogruppi, effettuare sondaggi di opinione o del clima emotivo, svolgere un brainstorming o un'analisi swot, votare per formalizzare le decisioni oppure procedere per consenso o assenso, e via dicendo.

In senso ampio la Facilitazione comprende anche lo stile di comunicazione individuale, cioè il modo in cui si esprimono dubbi, proposte, critiche, e soprattutto il modo in cui si ascolta. Questi fattori non interessano direttamente il piano dei contenuti (i punti all'ordine del giorno, la materia che si discute), eppure influenzano tantissimo la qualità delle decisioni finali e la qualità del rapporto che incontro dopo incontro si costruisce tra i membri del gruppo.

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Da questa prospettiva, la Facilitazione risulta sempre presente nella dinamica di una riunione e non coincide affatto con la figura del Facilitatore: la Facilitazione è un processo implicito che prende vita anche in assenza di Facilitatori. Infatti si può anche evitare di ricorrere a dei facilitatori, cioè quelle figure interne o esterne al gruppo che vengono formalmente incaricate di svolgere un determinato ruolo, ma non si potrà mai evitare durante una riunione l'esercizio di funzioni legate alla gestione del processo, cioè impedire la Facilitazione, alla quale concorrono tutti i partecipanti con i loro più o meno impliciti interventi di metodo e col loro modo di comunicare - specialmente di ascoltare (nel testo sotto segnalato trovi esempi concreti).

Non darsi delle regole non vuol dire non seguire delle regole, bensì seguire regole che restano implicite e di cui probabilmente non si è consapevoli. Ora, è più libero chi segue regole che conosce, o chi, credendosi libero, segue inconsapevolmente regole che non conosce? Come mostra la pragmatica della comunicazione umana, questa faccenda è di importanza cruciale per il benessere e per l'efficacia dei gruppi e dei singoli. Pertanto non ha senso discutere se avere o meno dei facilitatori, quanto piuttosto decidere se lasciare le funzioni della facilitazione del tutto implicite (nel gruppo le attua chi vuole seguendo le regole che gli pare), oppure esplicitarle (stabilire chi se ne occupa e come).

La Facilitazione riguarda le forme della comunicazione attraverso cui si esercita il potere nelle relazioni - perché è semplicemente impossibile non esercitare un potere di influenza sugli altri, è sufficiente essere fisicamente presenti o addirittita 'assenti' per influenzare il processo decisionale. E questo è anche il piano fondamentale su cui si realizza la democrazia: chi e come stabilisce le regole del gioco e, soprattutto, in che modo verrà gestita la quasi inevitabile mancanza di rispetto delle regole - poiché è sicuro e del tutto naturale che le regole non verranno rispettate, nemmeno da chi le ha sottoscritte nella massima convizione e buona fede, figuriamoci poi da coloro che le sentono calate dall'alto. Ciò vale tanto per una famiglia quanto per il consiglio di amministrazione di una cooperativa o di una multinazionale, per un collegio docenti o un'assemblea condominiale. E vale anche per le tante micro-identità o subpersonalità che costituiscono la famiglia o comunità interiore che ti abita: come dentro così fuori, come fuori così dentro.

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Come fuori, così dentro...

Rapportarsi al proprio mondo interiore come se fosse il mondo esterno

Quando impiego la Metodologia del Consenso per facilitare il processo partecipativo e decisionale in un gruppo, mi accomodo su una sedia all'interno del cerchio dei partecipanti e assumo una postura interiore che mi permette di interagire in maniera non giudicante, empatica e fiduciosa con l'esperienza che attimo dopo attimo prende vita durante l'incontro. Chiamo quella sedia, quel luogo fisico che conferisce speciali poteri, la sedia del facilitatore esterno, che è la manifestazione visibile del facilitatore interno.

Per me rapportarmi al 'mio' mondo interiore come se fosse il mondo esterno vuol dire tradurre nella dimensione intrapersonale le conoscenze e le tecniche che esercito durante la facilitazione del processi partecipativi nei gruppi. In pratica mi rapporto a me stesso come se le 'parti di me' (determinati pensieri-emozioni-sensazioni) fossero persone che ho di fronte a me, persone con le quali sento e riconosco di avere un profondo legame e che rispetto e apprezzo a prescindere dal loro comportamento del quale riesco a cogliere la bellezza e il senso anche quando pare assurdo, meschino, violento - questa straordinaria capacità, che anima le azioni (e l'efficacia) del facilitatore esterno, nasce dall'essermi prima seduto sulla misteriosa sedia del facilitatore interno (vedi Inside).

Bene, ora prova ad immaginare che succede quando mi rapporto a me stesso nella 'modalità facilitatore esterno', per esempio in un momento di conflitto interiore, dove parti di me litigano tra loro ognuna imponendo alle altre i propri punti di vista, bisogni, desideri, paure, come se queste 'parti di me' costituissero un gruppo formato da più persone che ho di fronte...

Una cosa che succede è che il 'facilitatore interno' può agire come se fosse 'esterno', quindi meno coinvolto sul piano dei contenuti e più attento al piano del processo; inoltre può impiegare internamente le conoscenze e le tecniche utili nella gestione delle dinamiche interpersonali dal vivo - per esempio potrei dare forma o tetralizzare cosa mi accade dentro, ascoltare rispecchiando o riformulando i punti di vista delle varie parti, proporre modalità di verifica del consenso...   

Se la prospettiva t'interessa possiamo prendere diverse vie per sviluppare il discorso...

 

ALCUNI TESTI CHE TRATTANO DA PIÙ ANGOLAZIONI L'ARGOMENTO 'OUT'

Metodologia del consenso, cultura della pace e processi partecipativi. In questo Quaderno, disponibile online (pubblicazione periodica curata dal Centro Studi Difesa Civile), trovi un'approfondita presentazione della metodologia del consenso e della facilitazione dei processi decisionali nei gruppi basata sulla mia esperienza, con cenni storici e indicazioni bibliografiche.

 

[FOTO RICORDO. Nella seconda foto sono con Alberto L'Abate e la moglie Anna Luisa, in occasione degli ottant'anni di Alberto festeggiati con un evento pubblico presso l'Università di Firenze, dove ha insegnato fino alla pensione. Alberto è stato il primo in Italia a scrivere un libro sulla formazione esperienziale alla nonviolenza, la metodologia del consenso e la facilitazione dei processi decisionali come basi dell'azione politica nonviolenta. Con la sua famiglia ha animato per un decennio la famosa Casa per la Pace di S. Gimignano, uno dei luoghi più importanti nell'Italia degli anni '80 per la promozione della cultura della pace fondata sulla nonviolenza. Alberto ci ha lasciati il 19 ottobre del 2017.]